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El camino del poco

E’ stata pubblicata a Dicembre per RIL editories, tradotta in spagnolo da Stefano Strazzabosco, La via del poco di Anna Maria Farabbi.

La via” del poco” è l’antologia essenziale di Anna Maria Farabbi, una delle voci più singolari della poesia italiana contemporanea. L’opera raccoglie otto libri – rivisti per questo volume dall’autrice – pubblicati tra il 1996 e il 2022, insieme a testi inediti. Il tema centrale è il «poco» inteso come via di conoscenza, umiltà e comunione. Farabbi concepisce la scrittura come un atto esistenziale e di spoliazione, dove il minimo – la parola, il corpo, l’ascolto – si fonde con la materia viva. La sua poesia si colloca tra il mistico e il fisico, tracciando un’etica della cura che sostiene l’umano e il sacro.

El camino del poco es la antología esencial de Anna Maria Farabbi , una de las voces más singulares de la poesía italiana contemporánea. La obra recoge ocho libros —revisados para este volumen por la autora— publicados entre 1996 y 2022, junto con textos inéditos. El eje temático es el «poco» entendido como vía de conocimiento, humildad y comunión. Farabbi concibe la escritura como un acto existencial y de despojamiento, donde lo mínimo —la palabra, el cuerpo, la escucha— se funde con la materia viva. Su poesía se sitúa entre lo místico y lo físico, trazando una ética del cuidado que sostiene lo humano y lo sagrado.

RIL editores nasce nel 1991 a Santiago del Cile, nel contesto della riapertura democratica del Paese, con una proposta specializzata nella pubblicazione di opere letterarie di tutti i generi, oltre a una linea di ricerca accademica con forte enfasi sulle coedizioni universitarie.

Nel novembre 2017 sbarcano in Spagna, per unire le sponde.

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John Martin Hull: i significati del buio di Anna Maria Farabbi – vedere OLTRE

La sua esperienza accompagna i vedenti verso una consapevolezza visiva maggiore e infonde alla persona cieca energie tali da significare la sua vita

Articolo su vedere OLTRE
Anno 32, Numero 3, novembre 2025

PERIODICO DI INFORMAZIONE DELL’ISTITUTO DEI CIECHI DI BOLOGNA FRANCESCA CAVAZZA

La testimonianza sorprendente di Andrea Camilleri spalanca l’interpretazione della cecità come una sottrazione di un senso che, tuttavia, intensifica, la percezione, la concentrazione, la precisione dell’ascolto, l’orientamento interiore. Per un glaucoma incurabile lo scrittore siciliano perse la vista, e con essa l’amata lettura, l’osservazione del corpo delle parole formarsi nel foglio tra gli odori dell’inchiostro. Proprio per la sua condizione di cieco concepì il monologo Conversazione di Tiresia da lui stesso recitato di palcoscenico in palcoscenico, dando voce alle profondità del mito. L’esperienza di John Martin Hull, invece, offre un altro contributo, forse ancora più potente sia per vedenti che per ciechi, narrando ogni aspetto quotidiano, esistenziale, pratico, sociologico, e spirituale. Da una parte accompagna i vedenti verso una consapevolezza visiva maggiore, dall’altra indica modi e sensibilità per stare accanto alla persona cieca senza flettersi in un assistenzialismo iper protettivo. Ma, di più, infonde alla persona cieca energie tali da significare la sua vita, comunque e ovunque, risvegliandola con infinite motivazioni che attingono dalla propria umanissima, intellettuale, religiosa sfera autobiografica. Hull narra il suo percorso dentro il buio, le paure angoscianti, i blocchi mentali, fatti precisi, episodi, dinamiche relazionali che generano malintesi, mortificazioni, senza mai cadere in sentimentalismi pietistici, ma con un registro di scrittura che attraversa la drammaticità anche con ironia. Di fatto, infonde energia e vigore, scardinando comprensibili ma letali vittimismi. Oltre questo, ritengo che la più straordinaria qualità di Hull, sia nella rivisitazione della Bibbia dentro cui, con estremo rigore e altrettanta passione, coglie i passi in cui la cecità e l’ipovedenza sono protagonisti. 

La copertina di "All'inizio era il buio" di John Martin Hull

Contestualizza storicamente gli accadimenti narrati e individua le radici di storture culturali e sociali che ancora oggi gravano, come l’attribuzione della malattia a Dio, con la successiva autocolpevolizzazione, e la difficoltà se non l’impossibilità di svolgere il sacerdozio. Hull sostiene che la scrittura della Bibbia sia stata fatta da persone vedenti, le quali in modo inconsapevole hanno proiettato una prospettiva della disabilità tale da permanere anche ai giorni nostri, considerando l’occidente nella sua impostazione dicotomica, dentro cui la luce viene coniugata alla purezza, alla divinità, alla rivelazione e il buio nel suo opposto come simbolo delle tenebre, del peccato, dell’inquietante caos. Ho dedicato molti anni allo studio dell’opera di John Martin Hull, intervistandolo in Il significato del buio, Terra d’Ulivi, 2021 e traducendolo in All’inizio era il buio, conversazioni di un cieco con la Bibbia, 2022, Al3vie. Queste due opere, assieme a Il dono oscuro, Adelphi, 1990, costituiscono l’unico accesso italiano al suo pensiero. Ciascuna ha una leggibilità trascinante, al contempo, impegna in vie di teologia, psicologia, sociologia, dentro cui sostare, riflettere mettendo in discussione un proprio comportamento abituato o, per la persona cieca, rinunciatario.

John Martin Hull (1935 – 2015) nasce a Birmingham dove è stato Professore di teologia e scienze religiose. Nel 2016 è uscito il film documentario Notes on Blindness di Peter Middleton e James Spinney, vincitore del primo premio ai British Indipendent Film Awards.

VEDERE OLTRE

Pubblicazione quadrimestrale; tiratura 13.000 copie; tradotta in lingua inglese; distribuita gratuitamente. Direttore Responsabile Pier Michele Borra.

Anno 32, Numero 3, novembre 2025

https://www.cavazza.it/drupal/it/john-martin-hull-i-significati-del-buio

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su FARE VOCI “A megghiu isca arresta u pani   La migliore esca resta il pane” Saragei Antonini – di Giovanni Fierro

Voce d’autore ——–

Saragei Antonini, “La volpe dell’insonnia: a spizzata”

di Giovanni Fierro


È sempre più interessante il mondo poetico di Saragei Antonini, luogo dove lingua italiana e dialetto sono creature che si incontrano, e in questo suo nuovo “La volpe dell’insonnia: a spizzata” sono anche capaci, nello stesso testo, di mescolarsi in un qualcosa di unico, di davvero raro.
Sorprende Saragei Antonini, perché già dalle prime pagine la sua scrittura trova una nuova lunghezza d’onda con cui esprimersi, ed in cui è veramente un grande piacere sintonizzarsi. Il verso si fa più largo che in passato, lo sguardo si muove con maggiore ampiezza, “vedere piano come un lume rimanere come una pagina e quando una porta si/ chiude male lasciarla così: col suo desiderio di soglia – la sorte è stare socchiusi”. E chi legge si trova in un paesaggio da esplorare, in cui immergersi, passo dopo passo.
La prima parte del libro, “la volpe dell’insonnia”, è tutto un accendersi di epifanie, svelamenti del quotidiano che hanno il profumo e l’odore della vita stessa: “mangi con la sinistra mangio con la destra ti metto ancora nella notte e nel giorno/ nel salto e al risveglio – c’è un verso su cui fare stare il pane e uno per soffiarci”, “mi dai un’arancia questo il peso del nostro silenzio io la spoglio della buccia”.
Questo per capire che Saragei Antonini ha imbastito anche un lavoro differente con il tempo, che adesso si fa anch’esso più ampio, capace così di permettere alla sua poesia di abbracciare ancora più cose, più contenuto, nel suo andare maggiormente in profondità.
Tanti sono i passaggi che meritano la citazione, vere e proprie istantanee che catturano e regalano qualcosa di speciale. Come “gli appunti dell’inverno la primavera che copia”, oppure “il dietro delle cose ora è davanti e i guanti sono monouso” o ancora “sì piango è il mio modo di guardare fuori quando apri piano la porta”. A cui aggiungere un vero e proprio ritratto, tratteggiato con segni universali: “mia madre ha sempre cercato la verità/ mio padre creava abiti su misura”. Perché bisogna sempre andare “a lezione di candela: imparare a stare nella bugia”.
Tanto è esposta e in rilievo questa prima parte del libro, scritta in italiano, quanto si fa invece più intima, raccolta e voce anche di uno smarrimento umano la seconda, “a spizzata”, scritta in dialetto.
Qui il respiro è trattenuto, il silenzio riempie le parole, ogni minuto accadimento è ancor più appartenenza personale. C’è il bisogno dell’orientamento, “ro tempu nun mi sacciu squaràri nenti/ è assai ca sacciu ri unni s’adduma a luci” (“del tempo non so immaginarmi niente/ è già abbastanza che so dove si accende la luce”) e il desiderio di uno spazio in più, non solo da guardare ma anche da respirare, “c’è na finestra ca nun si rapi cchiù/ è misa accussì àuta ca a talìu comu na luna china” (“c’è una finestra che non apre più/ è messa così in alto che la guardo come una luna piena”).
Le pagine de “a spizzata” hanno contorni meno rassicuranti, hanno bordi da cui è più pericoloso sporgersi, dove “u scuru mpasta/ u lustru acchiana/ appoi u Signuri fa i cunti” (“il buio impasta/ la luce sale/ poi il Signore fa i conti”) e in cui “vulissi u mari vicinu e ddì scogghi niuri cauri ri nfanzia” (“vorrei il mare vicino e quegli scogli neri caldi d’infanzia”).
Tutto questo libro è un attraversare il nostro presente, in una voce originale e capace di trovare l’autenticità e l’esperienza di ogni singolo momento.
Stare con la poesia di Saragei Antonini e nel suo scrivere di “La volpe dell’insonnia: a spizzata” è esperienza da fare, custodire e tramandare.

Dal libro:

a dire il nero diamo il tempo alla volpe dell’insonnia di sfamarsi e impaurirsi
della tua bianca gentilezza del lento rito dell’avvicinamento a dire ancora più nero
le prime lame del mattino e oltre la porta il bue a fissarti.


*

conserva i bottoni
sono le promesse più vicine al respiro
attraversati tante volte
quelli dei morti sono i più tondi
quando un bottone viene a mancare tu
mettili insieme come monete
che cambierai per un po’ di caldo nel freddo
per le loro confidenze a un filo di corpo
un bottone non va stretto
vive di una linea di cuore
l’asola che lo aspetta ad occhi chiusi.


*

cchì ricissi me’ matri
si m’attruvassi no’ funnu ra notti
a talìari i stiddi –
capaci ca
cchì ci fai ancura ccà luci addumata.

cosa direbbe mia madre
se mi trovasse nel fondo della notte
a guardar le stelle –
probabilmente
cosa fai ancora con la luce accesa.


*

ma u Signuri u pararisu
fini uri fallu?
nun sacciu ri unni si trasi
ma tu ci nesci sempri

ma il Signore il paradiso
ha finito di farlo?
non so da dove si entra
ma tu ci esci sempre


*

sunu catti r’amuri
ca nun tegnu cchiù ne’manu
na prumissa è cosa àuta
spiddu ca nun scanta

sono carte d’amore
che non tengo più nelle mani
una promessa è cosa alta
fantasma che non spaventa

Intervista a Saragei Antonini:

La sorpresa è vedere che le prime frasi del libro sono più lunghe che in passato, vedere che contengono più parole, che lo sguardo del loro significato si è fatto più ampio. E questo significa che c’è anche un lavoro con il tempo differente, che si fa anch’esso più ampio. È come se ci fosse stato il bisogno di una durata maggiore, per costruire queste poesie. Mi sbaglio?
Alcuni testi della raccolta hanno un cammino orizzontale e prima di tutto perché seguono la respirazione e il dire quelle parole con un tempo dell’orizzonte – ho scritto in passato con questa andatura – non so se questo riguarda il farsi del tempo più ampio e l’abbracciare più cose – forse questo è dato dalla parola – anche solo una – spero sempre che scrivere sia un andare in fondo che sia terra o cielo, e a volte anche in un dialogo tra sogno e veglia – qualcosa oltre lo scrivere.

Il quotidiano è sempre e comunque il luogo dell’accadere del tuo fare poesia. Per quale motivo?
Il quotidiano per me è osservare e ascoltare ogni giorno e ogni notte con tutto quello che portano e contengono o non contengono affatto – un’attenzione al tempo con riconoscenza.

“La volpe dell’insonnia”, la prima parte del libro, è anche un fiorire di complicità. C’è un continuo io + tu che è sempre nel centro dell’attenzione… ti ci ritrovi in questo?
Sì, nella prima parte del libro “La volpe dell’insonnia” ci sono testi più chiaramente amorosi – un dialogo tra un Tu e un Io – dichiarazioni, confidenze e, come hai notato tu, complicità.

L’immagine e la presenza del pane sono continue in queste pagine. Che significato ha per te?
Il pane è pane – antico – essenziale – è sacro per me: il tempo e la cura che occorrono per farlo – il tenerlo nelle mani – il poterlo condividere – da solo saprebbe bastare – è corpo e grazia.

La seconda parte, “A spizzata” – che è anche quella scritta in dialetto – si muove in altre dimensioni. Dal pane l’attenzione (e la presenza) si sposta alle stelle…. Cosa succede di diverso?
Nella seconda parte del libro “a spizzata” accade la spezzata, il lampo – accade il sentire di una lingua diversa e mescolata all’altra – uno sguardo al cielo per orientarsi e non rimanere solo terreni – accade il capovolgimento della clessidra.
Il dialetto è una strada più diretta e pietrosa al sangue – un canto biologico e forse la scaramanzia tra i morti e i vivi.
Nel tempo le due lingue, l’italiano e il dialetto, si sono naturalmente mescolate – così accade che pronuncio parole che sono l’unione di entrambe – ho scritto testi che avevano l’urgenza dell’una e dell’altra insieme come un dialogo tra loro e una complicità – un’intesa reciproca e sorgiva – forse anche questa è una relazione e che conduce a un’altra presenza: una terza lingua.

E qui c’è un senso di solitudine quasi, uno smarrimento che va e viene, ma che comunque dà sapore a questa parte del libro. Cosa l’uso del dialetto riesce a farti scoprire, che nella prima parte si nascondeva o celava?
Il senso di solitudine lo sento quando scrivo in dialetto e sia quando scrivo in italiano – e forse perché si scrive soli – per me si scrive ritirandosi – quello che scopro nel dialetto lo scopro anche nell’italiano quello che cambia sono i suoni e i tempi. Un esempio è la vecchia che legge il caffè in lingua nera: è la voce in alcuni testi in dialetto, ed è la voce degli antenati, non solo la mia.

In alcuni testi l’italiano e il dialetto condividono la pagina, si intersecano. Si cercano in una vicinanza importante. Da cosa nasce questa scelta di scrittura?
Le due lingue ora convivono e aggiungo in equilibrio – lavorano contemporaneamente a qualcosa che riguarda la parola la cellula (e dopo la cellula c’è altro) rispetto a qualcosa che non so ancora se più grande o quasi invisibile – è una dualità che guarda allo zero e lo zero è intero. La complessità è farlo, dunque esserci senza spezzarlo. Lo zero è essere nel mondo – è lo stare al mondo spogliandosi ogni volta di quello che si crede di sapere e di portare – non posso dire che è ricominciare né rinascere – ha a che fare forse con il proseguire più concentrati e anche più altrove se si guarda a quante “cose” esistono.

L’autrice:
Saragei Antonini è nata a Catania nel 1973, città dove vive. Nel 2000 pubblica la raccolta di poesie “Il cerino soggetto“ (1° premio ex aequo Edda Squassabia, prima edizione), nel 2004 “L’inverno apre un ombrello in casa” (3° premio ex aequo Città di Marineo 2005), nel 2010 “Sotto i capelli una nave” (3° premio Angelo Majorana 2013), nel 2013 “Egregio signor Tanto” (3° premio Pietro Mignosi X edizione; menzione d’onore al Premio Va Pensiero 2017 e al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2017), nell’aprile 2017 pubblica “La passione secondo”.
In dialetto ha pubblicato le raccolte “A virina” (2019) e “A scala è fimmina” (2024).
Diverse le menzioni di merito e le segnalazioni in concorsi e premi. Nel 2018 con la poesia “U chiòvu” le viene assegnato il Premio Nazionale Giuseppe Malattia della Vallata di Barcis – XXXI edizione.
Nella ventesima edizione del Concorso Guido Gozzano riceve il Premio Speciale Poesia Dialettale con la silloge in dialetto “Comu ‘na ugghia ̎. Sue poesie sono presenti in antologie e riviste in Italia e all’estero.

(Saragei Antonini “La volpe dell’insonnia: a spizzata” pp. 177, 12 euro, collana Arca curata da Anna Maria Farabbi, Al3viE – pièdimosca edizioni 2025)

Fare Voci dicembre 2025 – Rivista di scrittura

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News Presentazioni Rassegna stampa

La volpe dell’insonnia: a spizzata a Catania

Sabato 20 settembre alle ore 18, presso la libreria Mondatori bookstore di Catania Saragei Antonini, in dialogo con Francesco Balsamo, porterà la sua ultima opera in poesia “La volpe dell’insonnia: a spizzata”, da poco pubblicata nella Collana Arca diretta da Anna Maria Farabbi, coedizione Al3vie e pièdimosca edizioni.

a dire il nero diamo il tempo alla volpe dell’insonnia di sfamarsi e impaurirsi della tua bianca gentilezza del lento rito dell’avvicinamento a dire ancora più nero le prime lame del mattino e oltre la porta il bue a fissarti.

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Collana Arca: le opere

La collana Arca nasce con un’identità marginale, nell’accezione profonda: è stata concepita per dimorare a margine proprio per la sua radicale, atipica, natura.

Le prime tre poete più il quarto autore. Ho aperto io il viaggio, su proposta di Elena e Raffaella. Il titolo della mia opera, la via del poco, annuncia l’impostazione della collana. Mi affaccio nella responsabilità della cura. Seguiranno, tenendo conto di possibili variazioni o aggiunte: Paola Febbraro, Stellezze e Carmela Pedone, Frammentario, entrambe già edite nella collana da me diretta per Lietocolle, ora fuori catalogo. Due opere che meritano di tornare energicamente alla luce.

“Portare poesia…” da Il cantovento di Anna Maria Farabbi, introduzione a La volpe dell’insonnia: a spizzata di Saragei Antonini, Al3viE in coedizione Pièdimosca edizioni, in uscita a Settembre 2025

Splende il fuoco bianco della parola

Stelio Carnevali

Ho cercato con attenta, inevitabile, sottrazione di significare la poesia di Stelio Carnevali, individuando i testi maturi in cui la sua identità lirica si offre con nitore, pregnan­za, pulizia. La sua poesia sorge da uno stile apparentemente voltato al passato. Tuttavia, riesce a modularsi con carattere personale dentro cui accende e compone una successione narrativa, attraverso un lirismo ritmato in grado di essenzializzarne i cardini fondamentali. Il verso schizza con tagli improvvisi che spezzano il prevedi­bile, screzia di amarezza stupefatta l’esperienza cantata sempre in com­movente connessione con la natura vegetale e animale. Ironia e autoironia si intrecciano con leggerezza delicata, piumata, coinvolgente nella veloce spirale dei versi. Il caleidoscopico quotidiano si fessura. Accediamo a uno spicchio illuminato di prospettiva, del presente o dentro la memoria del poeta. Sempre con compassione e consapevolezza amorevole. Carnevali canta la sua terra mantovana, la sua origine madre, mai cedendo a una nostalgica, fetale, lamentosa torsio­ne. Anzi, riesce a rovesciare il peso della drammaticità raggiungendo una fresca levità ossigenata.

(…)

Ho voluto ospitare la voce di Carnevali che narra i tappeti relazionali fonda­mentali della sua vita nel QR, così da portare a compimento tutta la sua opera, anche quella esistenziale.

dall’introduzione di anna maria farabbi direttrice della collana arca e curatrice del volume

Stelio Carnevali
è nato a Bagnolo San Vito (MN) nel 1940.
Nel 1964 suoi quindici testi, raccolti sotto il nome Poesia come pane, escono grazie a Mario Artioli per il primo numero della rivista Il Portico. Nel 1976 Alberto Cappi inserisce sue poesie nell’antologia Le proporzioni poetiche, 2, a cura di Domenico Cara.
Pubblica poi un’edizione ampliata di Poesia come pane (1992), Kalùbria (1995), In disparte (1998), L’altra stanza (1999) e Scritture peregrine (2001). Nel 1999 Maurizio Cucchi pubblica in Specchio della Stampa la poesia Tina e nel 2001 Una parlata bianca, poi ripresa nell’omonima raccolta uscita per Edito¬riale Sometti nel 2002, con presentazio¬ne di Alberto Cappi.
Vari suoi testi escono anche in La Bot¬tega di poesia di Maurizio Cucchi ne la Repubblica Milano.
Nel 2014, in collaborazione con Vladi¬miro Bertazzoni, pubblica La morte ne infranse il volo, quasi una biografia del musicista mantovano Aldo Ottolenghi. Tra il 2015 e il 2020 pubblica tre volumi dedicati al pittore milanese Franco Rognoni.
Tra il 2022 e il 2024 pubblica per FUOCOfuochino È notte e con la notte una voce, Per mani esperte d’altro e Anguria Blues.
Nel maggio 2024, nel corso del Premio di Poesia Terra di Virgilio, decima edizione, riceve il Premio Alberto Cappi alla carriera.
Splende il fuoco bianco della parola esce nel giugno 2024 nella collana Arca diretta da anna maria farabbi, in coedizione Al3viE-pièdimosca.

la Collana Arca accoglie anche:

la via del poco – anna maria farabbi

stellezze – paola febbraro

la volpe dell’insonnia: a spizzata saragei antonini (SETTEMBRE 2025)

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Collana Arca: le opere

La collana Arca nasce con un’identità marginale, nell’accezione profonda: è stata concepita per dimorare a margine proprio per la sua radicale, atipica, natura.

Le prime tre poete più il quarto autore. Ho aperto io il viaggio, su proposta di Elena e Raffaella. Il titolo della mia opera, la via del poco, annuncia l’impostazione della collana. Mi affaccio nella responsabilità della cura. Seguiranno, tenendo conto di possibili variazioni o aggiunte: Paola Febbraro, Stellezze e Carmela Pedone, Frammentario, entrambe già edite nella collana da me diretta per Lietocolle, ora fuori catalogo. Due opere che meritano di tornare energicamente alla luce.

“Portare poesia…” da Il cantovento di Anna Maria Farabbi, introduzione a La volpe dell’insonnia: a spizzata di Saragei Antonini, Al3viE in coedizione Pièdimosca edizioni, in uscita a Settembre 2025

Stellezze

Paola Febbraro
a cura di anna maria farabbi

L’essenza di Paola Febbraro è composta, secondo me, da due semi potenti: la sua interità di creatura immersa totalmente nella poesia, fuori da qualunque mercato, commercio, compro­messo letterario; e il suo orecchio assoluto, insonne, inquieto, tra­gico e tenerissimo e, allo stesso tempo, sensibile e irritabile fino allo spasimo e alla contrazione.

(…)

Sempre, forte attenzione al voca­bolario e alla lingua, intesa come patrimonio organico, con l’intento di declinarla in modo nuovo, al femminile, attraverso una cul­tura interiore che si riappropria lentamente e poeticamente di un’identità profonda, arcaica, ori­ginale. Anche, soprattutto, viven­dola nella scansione di un tempo quotidiano, volendo mettere in discussione abituati comporta­menti e usi linguistici.

Dall’introduzione di anna maria farabbi direttrice della collana arca e curatrice di stellezze.

Paola Febbraro è nata il 9 gennaio 1956 a Marsciano, in provincia di Perugia. Muore il 22 maggio 2008, a Roma.
Tra le sue pubblicazioni in poesia ricor­diamo Turbolenze in aria chiara, con cui è stata finalista del Premio Laura Nobile nel 1993; A fratello Stefano (La Volpe e l’Uva, 2000); La Rivoluzione è solo della Terra (Manni, 2002), vincitrice Premio Renato Giorgi.
Tra le curatele e i saggi segnaliamo:
Amelia Rosselli: Lezioni e Conversa­zioni, per la rivista Galleria nel numero monografico dedicato a Rosselli (48, 1-2, 1997); Ecchime. Antologia sinfonia, antologia di racconti e poesie di Victor Cavallo (Stampa Alternativa, 2003); Dell’io e del tu senza corpo nella poesia delle donne, “progetto-patchwork” sulla scrittura poetica femminile proposto dal Gruppo ’98 poesia di Bologna, 12-30 gennaio 2004.
Ha pubblicato racconti sperimentali su Frigidaire e poesie in numerose riviste, ha scritto molti testi per la radio e lavora­to come aiuto-regista e drammaturga.
Nel 2008 esce postumo per Empirìa Turbolenze in aria chiara e nel 2012 per Lietocolle stellezze, qui ripubblicato nella collana Arca per Al3viE e pièdimosca edizioni.

la Collana Arca accoglie anche:

la via del poco – anna maria farabbi

splende il fuoco bianco della parola – stelio carnevali

la volpe dell’insonnia: a spizzata saragei antonini (SETTEMBRE 2025)

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Corsi

Chi sono io?

Chi sono io?

a cura di anna maria farabbi

Il laboratorio si fonda sulle opere e sulle personalità di due maestre di scrittura e di pensiero internazionale: Louise Michel e Kate Chopin, a cui ho dedicato anni di studio, traduzione e opere, tra cui:

“Louise Michel, è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”, al3vie, 2021

“Kate Chopin. Racconti con saggio e traduzione di anna maria farabbi”, al3vie e Pièdimosca, 2022

Nel laboratorio si entrerà nel corpo delle opere e della vita di queste due maestre che segnano tematiche attualissime:

relazione con i familiari, maternità nella sua complessità di conciliarsi con il respiro della propria identità, la scelta di non maternità, giudizio degli altri,  coniugazioni affettive tra le pressioni conformistiche sociali, impegno civile e impegno artistico, significato della scrittura, rapporto con la persona straniera perfino nella sua massima estremità antropofaga, solidarietà o esclusione, problematiche sociali come carcere, scuola-didattica, insegnamento inclusivo di ragazzi e ragazze con disabilità e povertà, sessualità…

Le due autrici, una francese e l’altra americana, incarnano il loro pensiero testimoniandolo e scrivendolo.

Nel laboratorio si offre una loro suggestiva narrazione, cogliendo nuclei esistenziali, civili, emotivi, base su cui lavorare.

I partecipanti saranno coinvolti in un’esperienza multisensoriale, interdisciplinare, di insight e di lettura, di ascolto e di scrittura: lavoreranno sul significato della grana della voce, sulla tensione espressiva dei testi delle autrici, sulla propria sensibile risonanza interiore da cui scaturiranno approfondimenti psicologici, generativi di scritture proprie. Apporti di sonorità multimediali accompagneranno il percorso.   

Il registro del laboratorio sarà piacevole senza necessità di alcun livello specifico culturale, orientato a crescita personale, tra luce letteraria e psicologica.    

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“Sono una poeta organica, femminista e capitiniana”

Anna Lia Sabelli Fioretti sul Corriere dell’Umbria

Poetessa? Non se ne parla proprio “Sono una poeta” precisa Anna Maria Farabbi “Una poeta organica femminista e capitiniana”.

– Perché capitiniana?

Perché credo che il pensiero di Capitini ancora oggi, soprattutto oggi, è nevralgico e rivoluzionario. Il suo libro di poesie, “Colloquio corale”, è la confluenza lirica di tutta la sua filosofia e la sua pedagogia. Poesia che porge prospettive, pensieri, architetture tessute nel verso lirico. Qui si canta la non violenza, l’omnicrazia, il potere dal basso.

– Femminista di che tipo?

Io penso che la prima discriminazione sia stata, e purtroppo permane, tra i due sessi: non pari opportunità, non pari diritti tra uomo e donna. E’ una ferita che ancora oggi sanguina. Quello che a me interessa è praticare dalla radice una cultura “altra” dentro la quale si abbia consapevolezza dei significati della comunità nella cura congiuntiva di ogni relazione: minerale, animale, vegetale. Estranea al dettato patriarcale, teso al dominio, alla competitività, all’individualismo fino all’autodistruzione.

– Organica…

Da tantissimi anni lavoro con un approccio poetico con persone in sofferenza: sordi, ciechi, persone con problematiche gravi di handicap psichico, demenza, tossicodipendenza, deambulazione, con pazienti oncologici. Collaboro con l’ospedale Sant’Orsola e con l’Istituto dei ciechi “Cavazza” di Bologna, con il Sodalizio di San Martino di Perugia, con la Comunità di Torre Certalda a Umbertide, con Il Pellicano di Perugia che si occupa di disturbi alimentari. Ho curato diverse pubblicazioni su queste esperienze che offrono testimonianza di come la poesia non sia astrazione ma concretezza. Congiunge il profondo delle creature. Per approccio poetico non intendo lettura di poesia, questo rientra nell’ambito letterario, ma lavorare empaticamente in connessione, modulando la voce, la quiete e fiducia, ascoltando senza giudicare, restituendo dignità e energia, vitalizzando i semi nella terra terremotata della creatura.

Tra il verde elegante del Barton Park dove ci siamo incontrate qualche giorno prima della sua partenza per la Cina le parole di Anna Maria Farabbi, la più nota poeta vivente dell’Umbria, mai banali e mai scontate, anzi a volte sin troppo complesse, si sciolgono nell’afa estiva tanto da diventare difficili da afferrare al volo per una cronista come me.

Inizia con una piccola favola introduttiva. “Vengo da una famiglia particolare perché i miei zii e i miei genitori convivevano, sia a livello casalingo che commerciale perché avevano due attività in comune: macelleria e alimentari. Era una famiglia completamente presa dal lavoro quindi dal punto di vista relazionale affettivo poco attenta. Lo zio andava a cercare le bestie in allevamenti particolari, avevamo anche una produzione propria di salumi. L’offerta per la clientela era molto curata, ben diversa da quella di oggi che guarda più alla quantità e al prezzo basso che alla qualità. Inoltre, ricordo la bottega era un centro di aggregazione, con i clienti si socializzava, si dividevano con loro anche momenti di confidenza e di gaiezza”.

Sposata con Massimo e madre di Luca, che ora ha 30 anni, lavora a Bologna ed è un sassofonista laureato in biotecnologie, Anna Maria Farabbi è nata a Perugia. A 5 anni, in bottega, imbottigliava il vino. Per il suo futuro mamma Maria Teresa si augurava un percorso professionale pratico, così pensando di far bene l’ha iscrisse all’Istituto Tecnico Commerciale Vittorio Emanuele. “Una via scolastica del tutto diversa dalla mia natura. Di mia scelta, successivamente, mi sono laureata nella facoltà di Letterature e Lingue. Contemporaneamente ho assunto servizio all’Ufficio Imposte Dirette, oggi Agenzia per le Entrate.

– Una poeta e traduttrice pluripremiata, laureata con tesi sulla letteratura angloamericana, che passa la vita dietro uno sportello delle Imposte Dirette. Come è stato possibile?

Prima sede a Vittorio Veneto, poi a Roma e infine a Perugia. Sono andata in pensione il 31 luglio dell’anno scorso. Sappiamo che il nostro paese non riconosce qualitativamente ed economicamente attività umanistiche. L’insegnamento mi avrebbe completamente assorbito, non l’ho scelto. Ho cercato di vivere gli opposti, di integrarli.

– In pratica la sua era una doppia vita che correva su due binari paralleli. Quando la prima poesia?

Avevo 13 anni. La poesia mi è venuta addosso festosa come il cane quando riconosce. Ho partecipato ad un concorso promosso dalla casa editrice Tracce di Pescara, allora presieduto da Maria Luisa Spaziani. Ed ho vinto. Il mio primo libro è stato pubblicato proprio da loro. Poi ho pubblicato con Scheiwiller perché ho vinto il Premio Montale nel 1995.

– Perché oltre che in italiano scrive poesie anche in dialetto? E’ così poco poetico, a volte anche linguisticamente un po’ volgare: “la ramaccia”, “nfuocheto…”

Io l’ho sempre parlato in famiglia e lo parlo tuttora. La lingua è come una stratificazione geologica che ci portiamo in corpo, è materia fluida che mal si adatta alla scrittura. Il mio dialetto viene dalla zona di Montelovesco dove ho vissuto una parte della mia infanzia e adolescenza con i miei zii. Lo lavoro non solo nella mia poesia ma anche in traduzioni che mi sono richieste soprattutto dalle Università estere: ho tradotto tre sonetti di William Shakespeare, ora sta per uscire la mia versione del racconto Maladroit di Raymond Queneau, da Esercizi di Stile.

– Lei ha scritto “Alfabetiche cromie” saggio monografico su tutte le opere di Kate Chopin e tradotto la sua raccolta di racconti “Un paio di calze di seta”, ora rieditate insieme da Al3vie e Piedimosca. Cosa le piace in particolare di questa scrittrice americana e della sua scrittura?

Tutto è partito dalla mia tesi di laurea. Chopin è maestra dal punto di vista stilistico nelle sue frasi brevi, negli scorci tematici che individuano vite di donne nel loro quotidiano tra pregiudizi, invidie, amiche, tensioni coniugali e sessuali. I fili narrativi si illuminano alla luce della consapevolezza. E’ stata la prima grande insegnante della mia vita.

– Perché non le piace essere definita un’intellettuale?

Perché il pensiero è nel corpo, non prescinde dall’umilissimo fare: la teoria non è separata dalla prassi. La testa deve scendere dentro i piedi, camminando di terra in terra. In questo senso, ogni mio attraversamento, compresi i miei anni lavorativi all’Agenzia delle Entrate, sono utili: una palestra che mi ha scolpita.

– Lei è nata e vive a Perugia? Cosa pensa della città e dei perugini?

Ho un rapporto complesso. A Perugia ho dedicato un libro dentro cui Aldo Capitini e Walter Binni sono i fari di riferimento. E’ una città intensa, bellissima, che ha sofferto, e forse ancora oggi ne porta le conseguenze, di secoli di dittatura clericale.

– Nella sua vita l’amore ha la A maiuscola?

Credo che l’amore sia il grande battito cardiaco dell’umanità. E’ un processo interiore di inclusività, di accoglienza, di ascolto, di tessitura del proprio io verso il tu. Non è annullamento.

– E cosa pensa dell’odio?

E’ un’energia negativa, distruttiva e autodistruttiva. Va elaborata individualmente e collettivamente. Io faccio meditazione. Elaborare significa che la propria formazione è permanente, diceva Capitini. L’aggressività nasce dalla frustrazione e dall’incapacità di relazionarsi.

– In questo momento c’è un odio dilagante, partendo dai femminicidi e dalle guerre…

Si fa prima a dare un pugno. Mi considero una costruttrice di pace nella visione capitiniana che non è un atteggiamento buonista: esiste la distanza, la denuncia civile, la disubbidienza motivata.

– Una sua opinione sulla guerra?

E’ una spirale dentro cui rimangono i cardini del possesso, del dominio, dell’autodistruzione, dell’aggressività, della violenza ottusa. Rimangono costanti le dinamiche patriarcali cannibaliche, da cui non riusciamo a emanciparci. Sono tragicamente colpita da quanto sta avvenendo a Gaza e a Kiev.

– In una sua poesia, che faceva parte del primo libro, vincitore del Concorso di Tracce, lei parla di sé come di “una poeta piccolissima, quasi lontana, quasi felice”. Perché quel “quasi”?

Confermo il “quasi” a distanza di anni. La felicità è un conto e la gioia è altro. La felicità per me è evadere dal contesto. Non si può mai essere totalmente felici ma gioire sì. San Francesco insegna.

– E perché quasi lontana?

Non sono e non voglio essere al centro della giostra letteraria, nella sua rotazione mondana. Non ho mai cercato, inseguito persone di potere editoriale. Ogni luogo ha un ascolto di pari valore. Ho riconoscenza verso i miei editori e le mie editore. La poesia è intimità, è il sacro, è la via del poco. Non riconosce né corti né re. Oltrepassa i riconoscimenti. Ha un’andatura scalza non per scelta ma per natura.

– Cosa è per lei la bellezza?

E’ vivere la presenza e la memoria nel qui ed ora, in una quiete interiore che malgrado l’inquietudine riesce a mordere quel boccone di gioia di cui le parlavo prima, a nutrirsene e al tempo stesso sentirne tutta la responsabilità di ridistribuirla. Siamo totalmente responsabili di ciò che siamo e facciamo.

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Collana Arca: prossima uscita Settembre 2025

La collana Arca nasce con un’identità marginale, nell’accezione profonda: è stata concepita per dimorare a margine proprio per la sua radicale, atipica, natura.

Mi è stata consegnata la responsabilità di questa proposta editoriale e l’assumo come progetto immerso nella poesia, non solo nella sua offerta di catalogo, ma per la sua sostanza caratteriale.

La collana è creata in coedizione tra due case editrici: Piedimosca e Al3vie. Credo sia l’unica esperienza in Italia, se non altro rarissima testimonianza, di una cooperazione di forze congiunte in scelta e in investimento. In questo caso, la piccola editoria trova alternative di politica aziendale e culturale contro l’individualismo concorrenziale.

Il filo che teniamo tra le mani è femminile. Siamo tre donne, Elena Zuccaccia per Piedimosca, Raffaella Polverini per Al3vie, io anna maria farabbi per la curatela, che lavorano per la poesia nell’oceano del mercato. Tutte e tre viviamo, non solo nel nostro lavoro, un pensiero di genere.

anna maria farabbi

PROSSIMA USCITA: SETTEMBRE 2025

la volpe dell’insonnia: a spizzata
di Saragei Antonini

Dall’introduzione dell’opera

Il cantovento di Anna Maria Farabbi

Saragei Antonini

sono nata a Catania nel 1973 e cresciuta nella zona chiamata Cappuccini –
mia madre è catanese e mio padre nato a Novafeltria al confine tra l’Emilia-Romagna e le Marche –
i miei genitori hanno vissuto otto anni in Svizzera nel Cantone di Neuchâtel (cantone francese) –

questa piccola mappa familiare ho voluto tracciarla perché il mio dialetto è meticcio – catanese sì ma anche ricreato da suoni vissuti di lingue e accenti diversi – una corale di volti e gesti che ad oggi accompagnano parole esclamazioni e modi di dire e una traduzione che cambia organicamente –
è una ricerca linguistica nella quale dialetto e italiano hanno una fitta relazione, direi boschiva e abissale dunque marina – ogni specie è in contatto con le altre e mi addentro riemergo tra fitte solari e scuri muschiati

a dire il nero diamo il tempo alla volpe dell’insonnia di sfamarsi e impaurirsi

a spizzata
cchì ricissi me’ matri

la Collana Arca ha già accolto:

la via del poco – anna maria farabbi

stellezze – paola febbraro

splende il fuoco bianco della parola – stelio carnevali

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Conferenze News Presentazioni Rassegna stampa

Il Cantastorie festival

Kaba edizioni – Al3vie parteciperà a Il Cantastorie festival dal 30 maggio al 1 giugno.
Polo culturale Il pico, Mirandola (MO), Piazza Giuseppe Garibaldi 15

Programma

  • venerdì 30 maggio dalle 21 Monologo poetico di Anna Maria Farabbi
  • sabato 31 maggio dalle 9.30 Progetto poetico di Anna Maria Farabbi e Milena Nicolini