Tiziana Buonfiglio, in dialogo con il sindaco Matteo Burico, presenterà Il labirinto del bagatto.
Sabato 17 ottobre alle ore 17 presso la Sala del teatro, Palazzo della Corgna, Castiglione del lago.
Edizione Al3vie



Il 3 ottobre i poeti Anna Maria Farabbi e Stefano Strazzabosco dialogheranno intorno alla poesia e alla traduzione, attraversando alcune delle loro opere e soffermandosi anche su La via del poco. L’opera, presente nella Collana Arca, edita Al3vie e pièdimosca, è stata tradotta in spagnolo dallo stesso Stefano Strazzabosco e pubblicata nel 2025 da RIL Editores, storica casa editrice indipendente cilena, attiva tra America Latina (Messico) ed Europa (Spagna).
“Verso il solstizio d’inverno 2026 – Quattro incontri con la poesia”, rassegna a cura de Il Ponte del Sale presso Palazzo Roncale a Rovigo (ore 11,00): il 18 settembre Bita Malakuti, il 21 settembre Kathleen Jamie, il 3 ottobre Anna Maria Farabbi e Stefano Strazzabosco, il 12 dicembre Amedeo Giacomini, ciascun incontro con autori, traduttori e conversazioni sulla poesia. Iniziativa promossa dal Comune di Rovigo con Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Banca del Monte di Rovigo, Accademia dei Concordi, Università degli Studi di Ferrara e altri partner.

IL CANTO DELL’ALTALENA l’oscillazione della figura tra il gioco e il mito seguito da La tela di Penelope di Anna Maria Farabbi, coedizione Al3vie e Pièdimosca, è finalista al Premio Letterario Città di Quartu Sant’Elena, V edizione.
FINALISTI SAGGISTICA EDITA
In ordine alfabetico. Esito finale nel corso della premiazione del 17 Ottobre
Autonomia e relazione
di Giorgio Latti editore Mimes
Dictaura
di Barbara Biscotti editore Solferino
Divine e immortali
di Maura Melis editore New Compton
Il canto dell’altalena
di Annamaria Farabbi editore Pièdimosca e Al3vie
Le Giurie di Qualità hanno lavorato indefesse sulle opere iscritte alla V edizione del Premio Letterario Città di Quartu Sant’Elena.
Il lavoro è stato importante per la partecipazione e impegnativo per l’alta qualità.
A tutti i giurati, dunque, si porgono i nostri più sentiti ringraziamenti per la fondamentale e preziosa collaborazione.
GIURIA SEZIONE SAGGISTICA EDITA:
Silvio CIAPPI (Criminologo e scrittore), Alessandro CHIARUCCI (Botanico ed ecologo dell’Università di Bologna), Franciscu SEDDA (professore associato presso l’Università di Cagliari di semiotica generale e di semiotica culturale).
LA VIA DEL POCO
Ricevo La via del poco di Anna Maria Farabbi nel 2023, dopo aver pubblicato su Perigeion l’incipit di uno delle sue opere migliori, Abse, nella rubrica Tagli scelti di poesia. Da allora il libro è entrato ufficialmente in una delle pile alle quali dedico la più lunga attesa di lettura, quelle che ho ironicamente battezzato Le Torri di Kiefer.
È una storia lunga. C’entrano il periodo del Covid, uno strisciante senso di depressione, il ritorno febbrile agli studi socioeconomici. E, intanto, i libri di poesia da leggere e commentare sul nostro litblog – beninteso, quelli meritevoli, tenendo conto della soggettività di questo aggettivo – crescevano a dismisura, innalzandosi in torri sempre più alte e instabili.
Il senso di quei libri lasciati a riposare, come il buon vino, conferma i miei tempi lunghi di attraversamento della letteratura e della scrittura. Li prendo, ne leggo i testi, poi li lascio sedimentare e li innesto con altre letture; lascio macerare il tutto, prendo appunti, ritorno sui versi. Finché quel libro non raggiunge una soglia significativa di impatto emotivo e di senso, quella condizione in cui ciò che ho letto si trasforma nell’urgenza di scriverne.
Ora è il tempo de La via del poco di Anna Maria Farabbi, tra le poetesse più originali e radicali della poesia italiana contemporanea: una voce capace di fare della lingua materia, corpo e conoscenza.
In La via del poco il titolo non indica una sottrazione, ma una pratica di esistenza: arrivare al poco significa spogliarsi dell’eccesso per tornare a casa: al corpo, alla terra, alla voce. “Parole esatte nel posto esatto”: il verso sembra dichiarare fin dall’inizio un’etica della scrittura. La parola deve trovare il proprio luogo come il corpo trova la terra. E infatti, in questa poesia, lingua e materia non sono mai separabili. È una poesia che non vuole semplicemente dire il mondo: vuole entrarvi, esserne attraversata, fino a perdere perfino “il mio nome”.
L’io non scompare, ma diventa terra, vento, sangue, uccello, acqua, fuoco. “Ho piedi in terra mamma”: una dichiarazione elementare e insieme vertiginosa, perché la terra risale dal plantare «in tutto il mio corpo», trasformandolo in un organismo attraversato da un battito più antico dell’individuo. Il corpo non è recinto dell’io, ma luogo di passaggio.
È forse qui che La via del poco trova una delle sue immagini più forti: “Il mio corpo / è casa”. La casa non è però uno spazio chiuso. È recinto e porta insieme. Protegge e lascia entrare. La selvatichezza stessa “odora”, dunque non viene addomesticata dalla poesia: viene abitata. Farabbi costruisce una lingua in cui natura e corpo continuamente si contaminano, fino a rendere impossibile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altro.
Anche la maternità della terra assume una dimensione non sentimentale ma quasi tellurica. “Le mie ginocchia sono in terra. / C’è molta terra / nelle mie ginocchia”. Il corpo si abbassa, ma non per una resa: “Sono scesa / per sorellanza”. È una parola decisiva. La discesa è un gesto di relazione, di solidarietà con ciò che sta sotto, con ciò che normalmente non viene guardato. E la neve può pure cancellare le impronte: il rosso resta. Anzi, “Ho rosso io”. Il corpo conserva ciò che la superficie nasconde.
In questo senso il viaggio occupa nel libro una funzione iniziatica. A Orchha, tra “stelle decomposte”, immondizie, vacche, mendicanti, templi e crematori, la poesia attraversa una materia umana dalla quale non cerca di proteggersi. L’incontro con gli “intoccabili” diventa attraversamento della «cruna»: una soglia stretta attraverso cui l’io deve passare per rifondare il proprio rapporto con il canto. “Ho portato il corpo della mia lingua alla mensa del mattino”: ancora una volta la lingua è corpo, e il corpo è ciò che può essere condiviso.
Il “poco” è allora anche condivisione del necessario. Pane duro, acqua del Gange, una ciotola, una voce, uno strumento di legno. La poesia si spoglia dell’ornamento per cercare una forma originaria di comunione. “Con la voce ho rimboccato le piume delle uccelle malate”: il gesto poetico non è più rappresentazione, ma cura. E subito dopo arriva il silenzio: “ho morso il deserto per imparare a tacere”. Il canto autentico sembra nascere proprio dalla possibilità di tacere.
Ma Farabbi non è una poetessa dell’ascetismo. Il corpo è anche desiderio, eros, combustione. In Descrizione in atto del coito la lingua diventa volutamente eccedente, incendiaria, piritica. L’erotico diventa così un’altra forma della ricerca dell’origine. Anche qui, però, l’ultima parola non appartiene all’eccesso: “avrebbero bisogno solo di essere leccati / e risparmiati / come ferite sacre”. Il desiderio torna al poco, alla cura, alla ferita.
Ecco allora la singolare dialettica del libro: Farabbi raggiunge il poco passando attraverso l’eccesso. La sua poesia è piena di sangue, fuoco, vento, animali, stelle, corpi, viaggi, eros, morte, cosmologia; ma questa proliferazione non approda all’accumulo. Tende continuamente alla spoliazione. Come se ogni immagine dovesse condurre verso una forma più nuda dell’esistenza.
Lo si comprende magnificamente nell’ultimo testo: la capanna delle donne Dioles, la pioggia che cade dal foro del tetto, il bacile d’argilla, il corpo che diventa “fontanella ad impluvium”. Il vuoto interiore non è più mancanza: è uno spazio capace di ricevere. “L’irrigazione viva del mio vuoto interiore” è forse una delle definizioni più esatte della poetica di questo libro. Il vuoto non è ciò che resta quando abbiamo perso qualcosa; è ciò che permette al mondo di entrare.
Per questo La via del poco non è un libro sulla rinuncia. È un libro sulla perdita dell’appropriazione. Perdere il nome, il possesso, la distanza tra sé e il mondo, per ritrovare una forma più profonda di appartenenza. La poesia non si mette davanti alle cose per nominarle: si mette dentro le cose, fino a farsi attraversare dal loro respiro.
E forse il poco, alla fine, è proprio questo: non avere altro di fronte all’amore.
“Di fronte all’amore non ho altro”.
È una frase che potrebbe stare in fondo a tutto il libro. Dopo la terra, il corpo, il viaggio, la morte, il desiderio, il canto, rimane una lingua che rinuncia alla propria sovranità e si consegna al vivente. Non poco, dunque. Il necessario.
la via del poco
parole esatte nel posto esatto
due orecchie non bastano per sentire il sacro
scrivere con un dito nelle vene dell’altro
ma di più cantare dentro il vento mentre mi strappa
rido del mio lavoro da non ricordare più il mio nome
quello del mio amore è il volo del pappo
***
È la freccia scoccata dal dio delle origini
che affonda precisa/mente
dentro la terra del vivente
della mia fronte
Sono milioni di uccelli
in uno stormo a punta
che vengono a riprodursi in me
nel brevissimo periodo del disgelo
***
la cruna tra orchha e varanasi
di notte camminavo gli intestini di orchha
incarniti di stelle decomposte grandinate per terra
tra le immondizie i palmi aperti all’elemosina
e le vacche del niente più tragiche e scarnificate dei relitti dei
templi
dai piedi sentivo i significati di gandhi deviare la mia aorta
in un angolo della piazza seduti a cerchio
sopra i fili che sembravano un tappeto
cinque sei creature storpie pelle e ossa vestite di stracci
suonavano e cantavano la potenza in gioia
senza interrompersi mi sorrisero
invitandomi a scalzarmi e unirmi in voce spogliata
a un loro antico strumento di legnoin quel buio sonoro ho attraversato la cruna degli intoccabili
ricreato il mio senso del poco del canto messo per terra e
condiviso
ho portato il corpo della mia lingua alla mensa del mattino
dentro una ciotola di pane duro e acqua di gange
mentre le spose bambine pregavano la morte che stavano vivendo
accanto ai morti bruciati
tra i petali e l’incenso sulle palafitte dei crematori
con l’inchiostro ho fatto
ho cancellato con la mollica del pane
con la voce ho rimboccato le piume delle uccelle malate
ho morso il deserto per imparare a tacere
ho baciato al volo la creatura cometa
eradicato in me la sua luce nel poco
di fronte all’amore non ho altro
***
DESCRIZIONE IN ATTO DEL COITO
Ma certo che le tue labbra adesive mareggiano
dentro il crogiuolo del mio cuore
e delle mie cosce
con escandescenze rossastre e piritiche.
Ed è ancora più certo quanto e come,
già prima che mi entrassi in bocca,
avevi già intuito la mia lingua di fuoco
che scrive me
e marchia di me
sia la pelle che le pagine.
Quindi lo sapevi confessa che lo sapevi e dillo
a voce alta,
come uno del coro dalla bocca tragica e lussuriosa
che mi hai telefonato fin dalla nascita
ogni notte dal buio,
più del picchietto malandrinoù
per bucarmi l’orecchio,
Ho il tuo segno annidato
tra le mie cosce. E dillo
che mi hai braccata sul crinale di Montelovesco
mentre stendevo la mia testa intenerita
sopra la terra
diventando parte della terra,
e faccia a faccia dillo
ti rischiaravo con la mia lingua.
Eppure lì, e anche qui, ora, ti vedo poco,
Forse perché ho bevuto o perché scrivo
la solita poesia incendiaria
assoluta e notturna.
Non distinguo con chi faccio l’amore se
sia uomo o donna o l’incarnazione stessa
dell’origine
della mia poesia.
Ho i crampi delle scaturigini
e li canto,
ma avrebbero bisogno solo di essere leccati
e risparmiati
come ferite sacre.
***
Ho piedi in terra mamma.
Quel che mi dice la terra
entrando nel mio plantare. Sale
in tutto il mio corpo il suo battito. Mi danza
sangue e liquidissima ambra fossile.
***
Dicano quello che vogliono.
La mia selvatichezza odora.
Io non ho invidia perché ho tutto:
creato e creature. Il fare
per la grandezza del giorno.
Ho un recinto. Una porta. Il mio corpo
è casa.
***
L’inverno fa meraviglie
strage di uccelli
e di miracoli.
Fa ragliare il vento
dentro le mie pelli.
La fame mi bacia in bocca
nidificandomi.
E d’io
***
Le mie ginocchia sono in terra.
C’è molta terra
nelle mie ginocchia. Sono scesa
per sorellanza. Non per stanchezza
interiore.
La neve è tranquilla copre
le impronte. Anche il passaggio
delle carovane è impercettibile. La luce
comanda di abbassare gli occhi:
ci sono molte altre cose da fare:
non aspettare e cercare.
Non aspettare che il tramonto arrossi
la mia profonda vegetazione.
Ho rosso io anche se la neve copre
il rosso.
***
Profondamente insieme nella capanna
con le donne nerissime Dioles. In Senegal
aprii la faccia
guardando i grani perlacei della pioggia
viaggiare dentro il raggio di luce giù
dal grande foro circolare del tetto.
Il cielo liquido crollava
raccogliendosi in un bacile d’argilla
in terra. Ci seminava
la ritmica delle particelle cosmiche.
Sentii nella mia fontanella ad impluvium
l’energia
l’irrigazione viva del mio vuoto interiore
suonare la mia intima cassa di risonanza.
La via del poco, Anna Maria Farabbi, pièdimosca edizioni, 2022
Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959) è poeta, narratrice, saggista e traduttrice. Laureata in Lingue e letterature straniere, ha esordito nella poesia negli anni Novanta e ha pubblicato numerose raccolte in lingua italiana e in dialetto perugino, tra cui Fioritura notturna del tuorlo (1996), Il segno della femmina (2000), Adlujè (2003), La magnifica bestia (2007), Abse(2013), Dentro la O (2016), La casa degli scemi (2017) e La via del poco (2022). Nel 2025 ha pubblicato Viaggi elementali. La sua produzione comprende anche narrativa, teatro, saggistica e traduzioni, con particolare attenzione ad autrici come Kate Chopin e Louise Michel. La sua ricerca poetica si caratterizza per una forte dimensione corporea, materica e spirituale e per un rapporto radicale con la lingua, nella quale convivono italiano, dialetto, oralità e sperimentazione. È considerata una delle voci più originali della poesia italiana contemporanea e una figura di riferimento della poesia umbra.
‘Tessiture’, opera personale e insieme corale. Intervista all’autrice Raffaella Polverini Noi Donne
“Tessere, per me, significa riconoscere che non esiste una storia completamente individuale. Siamo dentro una trama di relazioni, di presenze e anche di compresenze…”

Domenica, 13/09/2026
Ci sono gesti che la storia ha relegato alla sfera del domestico e del femminile: cucire, ricucire, intrecciare, conservare, prendersi cura. Gesti considerati minori proprio perché associati alle donne e a un lavoro spesso invisibile e non riconosciuto.
In “Tessiture”, Raffaella Polverini trasforma questi gesti in una pratica artistica e politica. Tessuti, fili, carte, pigmenti e parole diventano strumenti per interrogare la memoria, le relazioni, la violenza, la cura e la possibilità di costruire comunità diverse. Nel libro dialogano esperienza personale e pensiero, arte e poesia, con una particolare attenzione alle genealogie femminili.
Un’opera personale e insieme corale, nella quale le vicende dell’autrice dialogano con quelle di donne e uomini che hanno interrogato il potere, la storia, la cura, la spiritualità e le possibilità di costruire comunità. Tra le figure che attraversano il progetto ci sono Hannah Arendt, Silvia Federici, Maria Gimbutas, Simone Weil, Anna Maria Farabbi, Maria Lai e Aldo Capitini.
Ma tessere non significa soltanto unire. Significa anche scegliere cosa salvare, cosa lasciare andare, quali fili spezzare e quali ricominciare a intrecciare. In Tessiture, il filo diventa così anche una metafora del suo percorso: unire persone, saperi, linguaggi e storie per costruire relazioni là dove esistono separazioni.
Raffaella Polverini partiamo dal titolo. Perché “Tessiture”? E che cosa significa, per una donna, tessere la propria storia insieme alle storie delle altre?
Tessiture nasce innanzitutto da un gesto concreto: unire, cucire, legare materiali differenti. Ma molto presto mi sono accorta che quei fili stavano facendo qualcosa di più. Stavano tenendo insieme la mia storia, le persone incontrate, le letture, le esperienze, il lavoro editoriale, le ferite e le possibilità che hanno attraversato la mia vita.
Tessere, per me, significa riconoscere che non esiste una storia completamente individuale. Siamo dentro una trama di relazioni, di presenze e anche di compresenze. Ci sono persone che continuano ad abitare la nostra vita attraverso quello che ci hanno insegnato, scritto, mostrato.
Per una donna questo ha anche un significato politico. Per molto tempo ci è stato chiesto di pensare la nostra storia come qualcosa di privato, marginale, domestico. Tessere la propria storia con quella delle altre significa invece riconoscere una genealogia, sapere che prima di noi altre donne hanno pensato, lottato, creato, disubbidito, curato, scritto. E che possiamo continuare quel filo senza dover ricominciare ogni volta da sole.
Nel libro scrivi della necessità di “rovesciare un fare e un sapere patriarcali e violenti”. È forse questa la domanda politica centrale di “Tessiture”: come si rovescia un sistema senza riprodurne le stesse logiche di dominio?
È probabilmente una delle domande più difficili. Credo che non basti cambiare chi occupa il luogo del potere se il modo di esercitarlo rimane identico. Rovesciare un sapere patriarcale significa mettere in discussione prima di tutto le categorie con cui siamo abituati a pensare: superiorità e inferiorità, vincitore e vinto, centro e margine, forza e debolezza.
In “Tessiture” provo a lavorare esattamente sul contrario: sulla relazione, sull’ascolto, sull’interdipendenza, sulla vulnerabilità, sulla cura. Non significa rinunciare al conflitto o alla responsabilità. Significa non trasformare il conflitto in sopraffazione.
Anche i materiali del progetto raccontano questo: ciò che può sembrare scarto, fragile, inutile, viene ricomposto e rigenerato. La differenza non viene cancellata per creare uniformità: è proprio la differenza a rendere possibile una nuova forma.
La cultura patriarcale ha spesso separato ciò che considera “alto” da ciò che considera domestico, manuale, femminile. Tu metti insieme arte, tessuto, cucitura, scrittura, memoria e pensiero. È anche un modo per restituire valore a saperi che sono stati storicamente marginalizzati perché associati alle donne?
Sì, certamente. Ma vorrei evitare anche il rischio di trasformare questi gesti in una nuova gabbia femminile. Cucire, tessere, ricamare, prendersi cura sono stati spesso considerati lavori minori perché praticati prevalentemente dalle donne e dentro lo spazio domestico. Io provo a portarli altrove, a mostrarne la forza conoscitiva, creativa e politica. Insieme a Barbara Pavan, curatrice indipendente e critica d’arte specializzata in Fiber Art e arte tessile contemporanea, abbiamo dato vita a un blog dedicato all’arte tessile pubblicando un Atlas trimestrale bilingue, un vero e proprio atlante internazionale che accoglie artiste e artisti che usano spesso questo linguaggio per veicolare pensieri, valori, memoria, atti di resistenza. Le mani sono centrali in “Tessiture”. Sono mani che lavorano, modellano, sporcano, costruiscono. Possono accogliere, curare e unire, ma possono anche respingere, distruggere e fare violenza. Per questo il gesto manuale non è per me decorazione: è una forma di pensiero.
Una genealogia non è soltanto un elenco di maestre. È anche un modo per non sentirsi sole. Quali donne hanno rappresentato per te una forma di “compresenza”, per usare il termine caro ad Aldo Capitini?
Sono molte e appartengono a tempi, luoghi e linguaggi differenti. La prima fra tutte è sicuramente mia madre. Solo nel vuoto della sua assenza, è morta molto giovane, ho compreso negli anni la pienezza dei suoi insegnamenti, la cura, l’attenzione verso gli altri e le altre, l’arte come linguaggio, la disponibilità, la serietà nel lavoro e nelle relazioni.
Alcune donne le ho incontrate attraverso i libri come Adriana Zarri, Simon Weil, Etty Hillesum, Maria Lai, Silvia Federici, Maria Gimbutas, altre attraverso il lavoro, e qui ringrazio con infinita gratitudine Anna Maria Farabbi che con la sua presenza,fondamentale nel mio percorso umano, editoriale e poetico, ha illuminato la mia via permettendomi di comprendere la forza e il valore delle compresenze. Pubblicare le sue opere e collaborare con lei mi ha consentito di arrivare a una pratica lavorativa e umana nella quale unire i fili del passato con il presente per esserci, più consapevolecome donna e come editora, in questo oggi così complicato. Insieme abbiamo dato vita a una collana dedicata alla poesia di cui lei è direttrice e curatrice, in una coedizione unica, che abbraccia anche la saggistica e la narrativa, con la casa editrice Pièdimosca di Elena Zuccaccia.Siamo tre donne di età differenti, unite da valori condivisi. Questa tessitura è un vero e proprio passaggio di saperi che alimenta non solo una formazione permanente, ma anche un modo di essere e un modo di fare editoria.
Anna Maria Farabbi ha scritto per NoiDonne e con Antonella Anedda ha creato la sezione dedicata alla poesia. Ha quindi continuato negli anni, con coerenza e generosità, questa sua opera di tessitura.
Tornando alla “compresenza”, in questo senso mi è molto caro il termine di Capitini, alcune persone, anche quando appartengono a un altro tempo o non sono fisicamente con noi, continuano ad agire nel nostro presente.
Nel libro la parola “cura” ritorna con forza. Ma la cura è stata per secoli attribuita alle donne e spesso trasformata in un loro dovere. Come possiamo distinguere una politica della cura dalla semplice riproposizione del ruolo femminile di cura?
La differenza è fondamentale. La cura non può continuare a essere un destino assegnato alle donne.
Per secoli è stato chiesto loro di occuparsi degli altri gratuitamente, silenziosamente, spesso rinunciando a sé. Questa non è una politica della cura: è una distribuzione ingiusta del lavoro e della responsabilità.
La cura diventa politica quando smette di essere un compito femminile e diventa una responsabilità collettiva. Cura delle persone, dei corpi, delle fragilità, delle disabilità, delle relazioni, dell’ambiente, della comunità.Questo significa anche riconoscere che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti. Nessuno si salva completamente da solo.
Quanto è importante, nella tua esperienza, riconoscere le proprie maestre? E perché spesso le donne fanno ancora fatica a nominare pubblicamente le donne dalle quali hanno imparato?
È importantissimo perché nominare una Maestra significa riconoscere che il nostro pensiero non nasce nel vuoto.
La cultura ci ha abituate a genealogie quasi esclusivamente maschili. Molte donne hanno studiato uomini, citato uomini, riconosciuto uomini come autorità, mentre il sapere prodotto dalle donne rimaneva più facilmente laterale o invisibile.
Nominare le proprie Maestre è quindi un atto di gratitudine, ma anche un atto politico. Significa ricostruire una continuità.
Tessiture nasce anche da questo desiderio: ricordare e ringraziare chi mi ha insegnato «un vivere, un amare, un essere aperti all’aperto, in accoglienza», e chi mi ha mostrato modi differenti di scrivere, lavorare e stare insieme.
Nel tuo percorso editoriale hai dato spazio alla poesia, al pensiero di genere, alla spiritualità e a forme di scrittura non necessariamente riconducibili ai circuiti culturali dominanti. È una scelta politica anche quella di decidere quali voci pubblicare?
Sì. Ogni scelta editoriale è anche una scelta politica, perfino quando non si dichiara tale. Se oggi posso rispondere con questa certezza e posso fare determinate scelte devo, con onestà, ringraziare chi nutre questa esperienza editoriale. Di nuovo gli incontri e le tessiture.
Curo il blog culturale CartaVetro e dal prezioso lavoro della redazione ho imparato moltissimo, grazie alle voci, alle scritture e alle esperienze di donne come Nella Roveri, del Giardino delle Beghine di Mantova, Milena Nicolini, poeta, scrittrice, critica letteraria e autrice teatrale, e la stessa Anna Maria Farabbi.
Pubblicare significa scegliere a quali parole offrire spazio, tempo, attenzione e possibilità di circolazione. Nel mio lavoro editoriale, iniziato nel 2009 e cresciuto negli anni attraverso la progettazione culturalee la costruzione di reti internazionali, cerco, e anche grazie a queste collaborazioni incontro, scritture capaci di attraversare i margini, interrogare il pensiero dominante e tenere insieme letteratura e vita.
Essere editora significa anche esercitare un potere: scegliere chi viene pubblicato, quale storia diventa visibile, quale linguaggio trova spazio. Come vivi questa responsabilità?
La vivo sapendo che il potere esiste e che negarlo sarebbe pericoloso e sciocco.
Un’editora sceglie. Decide cosa pubblicare, cosa non pubblicare, quanto investire su un libro, come raccontarlo, a chi farlo arrivare. È quindi una responsabilità enorme.
Provo a trasformare questo potere in servizio e in relazione. Non sempre ci riesco, naturalmente, ma è la direzione che seguo e credodi avereancora molto da imparare.
I libri non sono solo un prodotto da immettere nel mercato. Sono il frutto di un incontro tra chi scrive, chi pubblica e chi legge. E quando questa connessione funziona può generare risonanze che non appartengono più né all’autrice né all’editora.
Nel tuo progetto la pace non sembra essere semplicemente l’assenza di guerra, ma una pratica quotidiana fatta di relazioni, ascolto e responsabilità. Possiamo parlare di una “politica della pace” a partire dalle relazioni?
Assolutamente sì. Anzi, per me la pace comincia proprio lì.
La pace non è soltanto il contrario della guerra. È una postura. È il modo in cui guardiamo l’altro, esercitiamo il potere, attraversiamo un conflitto, utilizziamo le parole, distribuiamo le risorse, riconosciamo o neghiamo dignità.
In Tessiture ritorna continuamente l’idea di costruire comunità possibili e di pensare una politica capace di curare il benessere di tutti e tutte, soprattutto delle persone più fragili, marginalizzate e dimenticate.
Per questo alla fine scrivo: Tessiture… Tessiture per la pace.
La pace, se rimane soltanto una parola pronunciata durante le guerre, arriva troppo tardi. Bisogna costruirla molto prima, nelle relazioni quotidiane.
Il femminismo contemporaneo è attraversato da differenze profonde: generazionali, sociali, culturali, economiche. Qual è la differenza che oggi il femminismo deve imparare ad ascoltare meglio?
Direi tutte le differenze che rischiamo di osservare soltanto dal nostro punto di vista.
Le differenze economiche, culturali, generazionali, geografiche; le esperienze delle donne migranti, povere, con disabilità, delle donne che vivono condizioni di marginalità. Ma anche le differenze di pensiero. Femministe come bell hooks ne hanno parlato già negli anni ’70. Oggi usiamo termini come intersezionale e parliamo di femminismi. La grossa difficoltà però, soprattutto per me che non appartengo a nessun gruppo, è trovare spazio, apertura, messa in discussione e vero ascolto.
Un femminismo capace di ascoltare non dovrebbe pretendere di produrre una voce unica. Dovrebbe sapere costruire una trama nella quale fili diversi rimangano riconoscibili.
L’uguaglianza non coincide con l’omologazione. È la possibilità di stare insieme senza cancellare la differenza.
Vorrei chiudere tornando al filo. Se potessi scegliere un unico filo da lasciare alle donne più giovani che leggeranno Tessiture, quale sarebbe?
Il filo della relazione.
Direi loro di aprirsi all’incontro, di nutrire la propria mente e il proprio spirito continuando a leggere e studiare, mantenendo viva la curiosità e anche la capacità di mettersi in discussione.
L’autonomia è importante, ma nessuna vita è autosufficiente. Abbiamo bisogno delle altre e degli altri, delle Maestre, delle amiche, delle persone che ci contraddicono, di chi è venuto prima di noi e di chi verrà dopo.
Il filo può rompersi. Può annodarsi. Può anche essere necessario tagliarlo quando una relazione diventa violenta. Ma possiamo sempre scegliere quali fili riprendere e quali nuove tessiture costruire.
Perché è nell’intreccio, non nell’isolamento, che per me nasce la possibilità di un mondo diverso.
Editora, autrice, artista ed esperta di laboratori di editoria creativa, Raffaella Polverini lavora da anni all’incrocio fra scrittura, editoria, arte e pratiche culturali.
Nel 2009 fonda Kaba Edizioni, casa editrice dedicata soprattutto all’infanzia e all’adolescenza; nel 2021 dà vita ad Al3viE, progetto editoriale rivolto al pubblico adulto e aperto alla narrativa, alla poesia e alla saggistica, con particolare attenzione al pensiero di genere, alla spiritualità, alla politica, alla storia, alle disabilità e ai temi sociali.
È autrice di libri per bambine, bambini, ragazze e ragazzi, tra cui Il sogno di Bilù, Il cugino Roxio, Un nuovo gioco, La scuola è finita! e Interior device. Con Tessiture porta invece al centro il dialogo fra parola, poesia, memoria e arte tessile, in un’opera che intreccia esperienze personali e collettive.
Cura inoltre CartaVetro, blog culturale dedicato alla scrittura e alla cultura, TXtileZine, progetto dedicato alla Fiber Art, Leggimileggi, spazio partecipativo che raccoglie testi, poesie, recensioni, audio e contributi di lettrici e lettori e il blog di attualità L’obbiettivo.
Il suo percorso è segnato anche dalle esperienze vissute all’estero, tra Londra, Montréal, Acapulco, Sacramento e San Francisco, che hanno contribuito alla costruzione di una pratica culturale fondata sull’incontro e sulla creazione di connessioni oltre i confini geografici e disciplinari. Alcune sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue e suoi lavori sono comparsi in pubblicazioni collettive internazionali.
La Collana Arca, diretta e curata da Anna Maria Farabbi, accoglie “La deposizione del mattino” di Annalisa Ballarini. Una coedizione Al3vie e Pièdimosca edizioni.
Vai a dire alle stelle per me
per i miei occhi, per la mia bocca
quel che è bene, che ancora non so
anche se scritto sulla mia fronte.
Qui hanno corrotto la notte,
ma tu quel che è vero, se sai,
vai a dire alle stelle per me
come ai grani di un rosario
– per i miei occhi, per la mia bocca
È la poeta che dimora sul ciglio del mondo, nella solitaria officina interiore della sua amare/zza modulata in canto. È nella sua lentissima arte di scegliere i corpi delle parole ritmandoli al vuoto e allo scocco del suono. Annalisa Ballarini torna dopo anni a esporre la sua tavola acustica, la sua poesia escatologica, dove gli spartiti delle stelle sono leggibili e suonano. Essere poeticamente nel cuore grandinato consapevole dell’orchestra in atto.
anna maria farabbi

Presentazione de Il labirinto del Bagatto
Mercoledì 2 settembre, alle ore 18.00, nella suggestiva cornice di Piazza del Popolo a Todi, il Todi Festival ospita la presentazione del libro Il labirinto del Bagatto di Tiziana Buonfiglio, edizione Al3vie.
L’incontro si terrà presso il Meeting Place, nel cuore del centro storico di Todi, una delle piazze medievali più rappresentative dell’Umbria, circondata da alcuni degli edifici simbolo della città.
L’autrice dialogherà con il Sindaco di Todi Antonino Ruggiano e con Michele Bellucci, giornalista de Il Messaggero, per attraversare i temi e le suggestioni del libro e accompagnare il pubblico all’interno del particolare universo narrativo de Il labirinto del Bagatto.

Martedì 1 settembre, ore 19.00
BiblioBar, Lungotevere Castello, Roma
Raffaella Polverini, in dialogo con Sandra Pranzo Giuliani, attraverserà Tessiture, un’opera in cui parola, materia, memoria e relazioni si intrecciano alle vite di donne e uomini impegnati nella costruzione di comunità, nella cura e nella ricerca di forme possibili di cooperazione.
Tessiture nasce dal desiderio di raccontare, a partire dall’esperienza personale e dal lavoro editoriale, incontri, maestre e maestri, presenze e pensieri che hanno contribuito a costruire uno sguardo più consapevole sul passato e sul presente.
Raffaella Polverini e Sandra Pranzo Giuliani, attraverso la propria voce, il proprio lavoro, l’impegno sociale e la propria postura hanno scelto e scelgono di portare con sé e rendere visibile anche l’opera delle altre e degli altri.