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Poesia e traduzione. La via del poco – El camino del poco

Il 3 ottobre i poeti Anna Maria Farabbi e Stefano Strazzabosco dialogheranno intorno alla poesia e alla traduzione, attraversando alcune delle loro opere e soffermandosi anche su La via del poco. L’opera, presente nella Collana Arca, edita Al3vie e pièdimosca, è stata tradotta in spagnolo dallo stesso Stefano Strazzabosco e pubblicata nel 2025 da RIL Editores, storica casa editrice indipendente cilena, attiva tra America Latina (Messico) ed Europa (Spagna).

“Verso il solstizio d’inverno 2026 – Quattro incontri con la poesia”, rassegna a cura de Il Ponte del Sale presso Palazzo Roncale a Rovigo (ore 11,00): il 18 settembre Bita Malakuti, il 21 settembre Kathleen Jamie, il 3 ottobre Anna Maria Farabbi e Stefano Strazzabosco, il 12 dicembre Amedeo Giacomini, ciascun incontro con autori, traduttori e conversazioni sulla poesia. Iniziativa promossa dal Comune di Rovigo con Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Banca del Monte di Rovigo, Accademia dei Concordi, Università degli Studi di Ferrara e altri partner.

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Le Torri di Kiefer, Anna Maria Farabbi

rubrica di Nino Iacovella

LA VIA DEL POCO

Ricevo La via del poco di Anna Maria Farabbi nel 2023, dopo aver pubblicato su Perigeion l’incipit di uno delle sue opere migliori, Abse, nella rubrica Tagli scelti di poesia. Da allora il libro è entrato ufficialmente in una delle pile alle quali dedico la più lunga attesa di lettura, quelle che ho ironicamente battezzato Le Torri di Kiefer.
È una storia lunga. C’entrano il periodo del Covid, uno strisciante senso di depressione, il ritorno febbrile agli studi socioeconomici. E, intanto, i libri di poesia da leggere e commentare sul nostro litblog – beninteso, quelli meritevoli, tenendo conto della soggettività di questo aggettivo – crescevano a dismisura, innalzandosi in torri sempre più alte e instabili.
Il senso di quei libri lasciati a riposare, come il buon vino, conferma i miei tempi lunghi di attraversamento della letteratura e della scrittura. Li prendo, ne leggo i testi, poi li lascio sedimentare e li innesto con altre letture; lascio macerare il tutto, prendo appunti, ritorno sui versi. Finché quel libro non raggiunge una soglia significativa di impatto emotivo e di senso, quella condizione in cui ciò che ho letto si trasforma nell’urgenza di scriverne.
Ora è il tempo de La via del poco di Anna Maria Farabbi, tra le poetesse più originali e radicali della poesia italiana contemporanea: una voce capace di fare della lingua materia, corpo e conoscenza.

In La via del poco il titolo non indica una sottrazione, ma una pratica di esistenza: arrivare al poco significa spogliarsi dell’eccesso per tornare a casa: al corpo, alla terra, alla voce. “Parole esatte nel posto esatto”: il verso sembra dichiarare fin dall’inizio un’etica della scrittura. La parola deve trovare il proprio luogo come il corpo trova la terra. E infatti, in questa poesia, lingua e materia non sono mai separabili. È una poesia che non vuole semplicemente dire il mondo: vuole entrarvi, esserne attraversata, fino a perdere perfino “il mio nome”.

L’io non scompare, ma diventa terra, vento, sangue, uccello, acqua, fuoco. “Ho piedi in terra mamma”: una dichiarazione elementare e insieme vertiginosa, perché la terra risale dal plantare «in tutto il mio corpo», trasformandolo in un organismo attraversato da un battito più antico dell’individuo. Il corpo non è recinto dell’io, ma luogo di passaggio.

È forse qui che La via del poco trova una delle sue immagini più forti: “Il mio corpo / è casa”. La casa non è però uno spazio chiuso. È recinto e porta insieme. Protegge e lascia entrare. La selvatichezza stessa “odora”, dunque non viene addomesticata dalla poesia: viene abitata. Farabbi costruisce una lingua in cui natura e corpo continuamente si contaminano, fino a rendere impossibile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altro.

Anche la maternità della terra assume una dimensione non sentimentale ma quasi tellurica. “Le mie ginocchia sono in terra. / C’è molta terra / nelle mie ginocchia”. Il corpo si abbassa, ma non per una resa: “Sono scesa / per sorellanza”. È una parola decisiva. La discesa è un gesto di relazione, di solidarietà con ciò che sta sotto, con ciò che normalmente non viene guardato. E la neve può pure cancellare le impronte: il rosso resta. Anzi, “Ho rosso io”. Il corpo conserva ciò che la superficie nasconde.

In questo senso il viaggio occupa nel libro una funzione iniziatica. A Orchha, tra “stelle decomposte”, immondizie, vacche, mendicanti, templi e crematori, la poesia attraversa una materia umana dalla quale non cerca di proteggersi. L’incontro con gli “intoccabili” diventa attraversamento della «cruna»: una soglia stretta attraverso cui l’io deve passare per rifondare il proprio rapporto con il canto. “Ho portato il corpo della mia lingua alla mensa del mattino”: ancora una volta la lingua è corpo, e il corpo è ciò che può essere condiviso.

Il “poco” è allora anche condivisione del necessario. Pane duro, acqua del Gange, una ciotola, una voce, uno strumento di legno. La poesia si spoglia dell’ornamento per cercare una forma originaria di comunione. “Con la voce ho rimboccato le piume delle uccelle malate”: il gesto poetico non è più rappresentazione, ma cura. E subito dopo arriva il silenzio: “ho morso il deserto per imparare a tacere”. Il canto autentico sembra nascere proprio dalla possibilità di tacere.

Ma Farabbi non è una poetessa dell’ascetismo. Il corpo è anche desiderio, eros, combustione. In Descrizione in atto del coito la lingua diventa volutamente eccedente, incendiaria, piritica. L’erotico diventa così un’altra forma della ricerca dell’origine. Anche qui, però, l’ultima parola non appartiene all’eccesso: “avrebbero bisogno solo di essere leccati / e risparmiati / come ferite sacre”. Il desiderio torna al poco, alla cura, alla ferita.

Ecco allora la singolare dialettica del libro: Farabbi raggiunge il poco passando attraverso l’eccesso. La sua poesia è piena di sangue, fuoco, vento, animali, stelle, corpi, viaggi, eros, morte, cosmologia; ma questa proliferazione non approda all’accumulo. Tende continuamente alla spoliazione. Come se ogni immagine dovesse condurre verso una forma più nuda dell’esistenza.

Lo si comprende magnificamente nell’ultimo testo: la capanna delle donne Dioles, la pioggia che cade dal foro del tetto, il bacile d’argilla, il corpo che diventa “fontanella ad impluvium”. Il vuoto interiore non è più mancanza: è uno spazio capace di ricevere. “L’irrigazione viva del mio vuoto interiore” è forse una delle definizioni più esatte della poetica di questo libro. Il vuoto non è ciò che resta quando abbiamo perso qualcosa; è ciò che permette al mondo di entrare.

Per questo La via del poco non è un libro sulla rinuncia. È un libro sulla perdita dell’appropriazione. Perdere il nome, il possesso, la distanza tra sé e il mondo, per ritrovare una forma più profonda di appartenenza. La poesia non si mette davanti alle cose per nominarle: si mette dentro le cose, fino a farsi attraversare dal loro respiro.

E forse il poco, alla fine, è proprio questo: non avere altro di fronte all’amore.

“Di fronte all’amore non ho altro”.

È una frase che potrebbe stare in fondo a tutto il libro. Dopo la terra, il corpo, il viaggio, la morte, il desiderio, il canto, rimane una lingua che rinuncia alla propria sovranità e si consegna al vivente. Non poco, dunque. Il necessario.

la via del poco

parole esatte nel posto esatto
due orecchie non bastano per sentire il sacro
scrivere con un dito nelle vene dell’altro
ma di più cantare dentro il vento mentre mi strappa
rido del mio lavoro da non ricordare più il mio nome
quello del mio amore è il volo del pappo

***

È la freccia scoccata dal dio delle origini
che affonda precisa/mente
dentro la terra del vivente
della mia fronte
Sono milioni di uccelli
in uno stormo a punta
che vengono a riprodursi in me
nel brevissimo periodo del disgelo

***

la cruna tra orchha e varanasi

di notte camminavo gli intestini di orchha
incarniti di stelle decomposte grandinate per terra
tra le immondizie i palmi aperti all’elemosina
e le vacche del niente più tragiche e scarnificate dei relitti dei
templi
dai piedi sentivo i significati di gandhi deviare la mia aorta
in un angolo della piazza seduti a cerchio
sopra i fili che sembravano un tappeto
cinque sei creature storpie pelle e ossa vestite di stracci
suonavano e cantavano la potenza in gioia
senza interrompersi mi sorrisero
invitandomi a scalzarmi e unirmi in voce spogliata
a un loro antico strumento di legnoin quel buio sonoro ho attraversato la cruna degli intoccabili
ricreato il mio senso del poco del canto messo per terra e
condiviso
ho portato il corpo della mia lingua alla mensa del mattino
dentro una ciotola di pane duro e acqua di gange
mentre le spose bambine pregavano la morte che stavano vivendo
accanto ai morti bruciati
tra i petali e l’incenso sulle palafitte dei crematori
con l’inchiostro ho fatto
ho cancellato con la mollica del pane
con la voce ho rimboccato le piume delle uccelle malate
ho morso il deserto per imparare a tacere
ho baciato al volo la creatura cometa
eradicato in me la sua luce nel poco
di fronte all’amore non ho altro

***

DESCRIZIONE IN ATTO DEL COITO

Ma certo che le tue labbra adesive mareggiano
dentro il crogiuolo del mio cuore
e delle mie cosce
con escandescenze rossastre e piritiche.
Ed è ancora più certo quanto e come,
già prima che mi entrassi in bocca,
avevi già intuito la mia lingua di fuoco
che scrive me
e marchia di me
sia la pelle che le pagine.
Quindi lo sapevi confessa che lo sapevi e dillo
a voce alta,
come uno del coro dalla bocca tragica e lussuriosa
che mi hai telefonato fin dalla nascita
ogni notte dal buio,
più del picchietto malandrinoù
per bucarmi l’orecchio,
Ho il tuo segno annidato
tra le mie cosce. E dillo
che mi hai braccata sul crinale di Montelovesco
mentre stendevo la mia testa intenerita
sopra la terra
diventando parte della terra,
e faccia a faccia dillo
ti rischiaravo con la mia lingua.
Eppure lì, e anche qui, ora, ti vedo poco,
Forse perché ho bevuto o perché scrivo
la solita poesia incendiaria
assoluta e notturna.
Non distinguo con chi faccio l’amore se
sia uomo o donna o l’incarnazione stessa
dell’origine
della mia poesia.
Ho i crampi delle scaturigini
e li canto,
ma avrebbero bisogno solo di essere leccati
e risparmiati
come ferite sacre.

***

Ho piedi in terra mamma.
Quel che mi dice la terra
entrando nel mio plantare. Sale
in tutto il mio corpo il suo battito. Mi danza
sangue e liquidissima ambra fossile.

***

Dicano quello che vogliono.
La mia selvatichezza odora.
Io non ho invidia perché ho tutto:
creato e creature. Il fare
per la grandezza del giorno.
Ho un recinto. Una porta. Il mio corpo
è casa.

***

L’inverno fa meraviglie
strage di uccelli
e di miracoli.
Fa ragliare il vento
dentro le mie pelli.
La fame mi bacia in bocca
nidificandomi.
E d’io

***

Le mie ginocchia sono in terra.
C’è molta terra
nelle mie ginocchia. Sono scesa
per sorellanza. Non per stanchezza
interiore.
La neve è tranquilla copre
le impronte. Anche il passaggio
delle carovane è impercettibile. La luce
comanda di abbassare gli occhi:
ci sono molte altre cose da fare:
non aspettare e cercare.
Non aspettare che il tramonto arrossi
la mia profonda vegetazione.
Ho rosso io anche se la neve copre
il rosso.

***

Profondamente insieme nella capanna
con le donne nerissime Dioles. In Senegal
aprii la faccia
guardando i grani perlacei della pioggia
viaggiare dentro il raggio di luce giù
dal grande foro circolare del tetto.
Il cielo liquido crollava
raccogliendosi in un bacile d’argilla
in terra. Ci seminava
la ritmica delle particelle cosmiche.
Sentii nella mia fontanella ad impluvium
l’energia
l’irrigazione viva del mio vuoto interiore
suonare la mia intima cassa di risonanza.

La via del poco, Anna Maria Farabbi, pièdimosca edizioni, 2022

Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959) è poeta, narratrice, saggista e traduttrice. Laureata in Lingue e letterature straniere, ha esordito nella poesia negli anni Novanta e ha pubblicato numerose raccolte in lingua italiana e in dialetto perugino, tra cui Fioritura notturna del tuorlo (1996), Il segno della femmina (2000), Adlujè (2003), La magnifica bestia (2007), Abse(2013), Dentro la O (2016), La casa degli scemi (2017) e La via del poco (2022). Nel 2025 ha pubblicato Viaggi elementali. La sua produzione comprende anche narrativa, teatro, saggistica e traduzioni, con particolare attenzione ad autrici come Kate Chopin e Louise Michel. La sua ricerca poetica si caratterizza per una forte dimensione corporea, materica e spirituale e per un rapporto radicale con la lingua, nella quale convivono italiano, dialetto, oralità e sperimentazione. È considerata una delle voci più originali della poesia italiana contemporanea e una figura di riferimento della poesia umbra.

Le Torri di Kiefer, Anna Maria Farabbi – perìgeion

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La via del poco

La via del poco di Anna Maria Farabbi.

Collana Arca. Al3vie in coedizione con pièdimosca edizioni

Festival Il mondo nuovo, Roma

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El camino del poco

E’ stata pubblicata a Dicembre per RIL editories, tradotta in spagnolo da Stefano Strazzabosco, La via del poco di Anna Maria Farabbi.

La via” del poco” è l’antologia essenziale di Anna Maria Farabbi, una delle voci più singolari della poesia italiana contemporanea. L’opera raccoglie otto libri – rivisti per questo volume dall’autrice – pubblicati tra il 1996 e il 2022, insieme a testi inediti. Il tema centrale è il «poco» inteso come via di conoscenza, umiltà e comunione. Farabbi concepisce la scrittura come un atto esistenziale e di spoliazione, dove il minimo – la parola, il corpo, l’ascolto – si fonde con la materia viva. La sua poesia si colloca tra il mistico e il fisico, tracciando un’etica della cura che sostiene l’umano e il sacro.

El camino del poco es la antología esencial de Anna Maria Farabbi , una de las voces más singulares de la poesía italiana contemporánea. La obra recoge ocho libros —revisados para este volumen por la autora— publicados entre 1996 y 2022, junto con textos inéditos. El eje temático es el «poco» entendido como vía de conocimiento, humildad y comunión. Farabbi concibe la escritura como un acto existencial y de despojamiento, donde lo mínimo —la palabra, el cuerpo, la escucha— se funde con la materia viva. Su poesía se sitúa entre lo místico y lo físico, trazando una ética del cuidado que sostiene lo humano y lo sagrado.

RIL editores nasce nel 1991 a Santiago del Cile, nel contesto della riapertura democratica del Paese, con una proposta specializzata nella pubblicazione di opere letterarie di tutti i generi, oltre a una linea di ricerca accademica con forte enfasi sulle coedizioni universitarie.

Nel novembre 2017 sbarcano in Spagna, per unire le sponde.

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La via del poco a PLPL 2024 – Roma

PIU’ LIBRI PIU’ LIBERI
Roma dal 4 all’8 Dicembre.
Kaba edizioni – Al3vie
Stand F68


PRESENTAZIONI
4 DICEMBRE ORE 14.30 – SALA VENERE

La via del poco di Anna Maria Farabbi


La via del poco non è un’antologia o una miscellanea, non c’è selezione di testi ma la ripubblicazione di opere fuori catalogo con l’aggiunta di testi inediti e di un’intera opera Io sono pane al pane e vino al vino uscita in edizione d’arte non distribuita e quindi pressoché inedita nel mercato editoriale. In tutto si presentano otto opere più inediti.
…
ho portato il corpo della mia lingua alla mensa
del mattino
dentro una ciotola di pane duro e acqua di
gange
mentre le spose bambine pregavano la morte
che stavano vivendo
accanto ai morti bruciati
tra i petali e l’incenso sulle palafitte dei
crematori
con l’inchiostro ho fatto
ho cancellato con la mollica del pane
con la voce ho rimboccato le piume delle
uccelle malate
ho morso il deserto per imparare a tacere
ho baciato al volo la creatura cometa
e radicato in me la sua luce nel poco
di fronte all’amore non ho altro


So solo che il mio canto è un poco. È la mia via. Che la poesia e la mia vita coincidono. Si intrecciano nella via del poco. Una via che ha la vocazione del vento, prossimo al nulla e portatore del tutto.
Dopo cinque impronte liriche inedite che si incardinano nel titolo, sorgono in successione cronologica di pubblicazione editoriale otto opere nate nell’arco di venti anni, poco più: dal 1996 al 2022. Apro segnata dall’India, concludo la mia ricerca nei tessuti della terra giapponese.
a.m.f.


Le opere: solo il poco è la via, 2022 firmo con una gettata d’inchiostro sulla parete, 1996 fioritura notturna del tuorlo, 1996 nudità della solitudine regale, 2000 la magnifica bestia, 2007 segni, 2007 la luce esatta dentro il viaggio, 2008 il filo della carovana di sale e i miei dieci nodi, 2018 io sono alla poesia come pane al pane e vino al vino, 2021
Al3vie in coedizione con pièdimosca edizioni

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Incontri e letture per spalancare la poesia

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Premio CeSPOLA: La via del poco al secondo posto

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La via del poco tra i 22 finalsiti de Premio Guido Gozzano

La via del poco di Anna Maria Farabbi è tra le opere finaliste della XXIV edizione del Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”. – SEZIONE POESIA EDITA -. Tra i 529 testi partecipanti è stata selezionata una rosa di 22 finalisti e finaliste. I nomi di vincitori e vincitrici verranno comunicati domenica 8 ottobre.

Sezione A – POESIA EDITA – Numero partecipanti: 529

  1. Alberto Toni
  2. Alessandro Carrera
  3. Alessandro Di Prima
  4. Andrea Temporelli
  5. Anna Maria Farabbi
  6. Antonio Merola
  7. Axel Sintoni
  8. Carlo Giacobbi
  9. Carlotta Cicci
  10. Christian Sinicco
  11. Daniele Gorret
  12. Elena Petrassi
  13. Federico Italiano
  14. Francesco Filia
  15. Giorgiomaria Cornelio
  16. Giuseppe Carracchia
  17. Guido Monti
  18. Luca Nicoletti
  19. Massimiliano Mandorlo
  20. Raffaela Fazio
  21. Rossella Tempesta
  22. Sebastiano Aglieco
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La via del poco

Simone Gambacorta ha dedicato una puntata della rubrica televisiva settimanale sui libri “I libri del villaggio”, che va in onda su Super J, canale 16 in Abruzzo e Molise, a la via del poco

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La voce di Mantova su La via del poco