Anna Lia Sabelli Fioretti sul Corriere dell’Umbria
Poetessa? Non se ne parla proprio “Sono una poeta” precisa Anna Maria Farabbi “Una poeta organica femminista e capitiniana”.
– Perché capitiniana?
Perché credo che il pensiero di Capitini ancora oggi, soprattutto oggi, è nevralgico e rivoluzionario. Il suo libro di poesie, “Colloquio corale”, è la confluenza lirica di tutta la sua filosofia e la sua pedagogia. Poesia che porge prospettive, pensieri, architetture tessute nel verso lirico. Qui si canta la non violenza, l’omnicrazia, il potere dal basso.
– Femminista di che tipo?
Io penso che la prima discriminazione sia stata, e purtroppo permane, tra i due sessi: non pari opportunità, non pari diritti tra uomo e donna. E’ una ferita che ancora oggi sanguina. Quello che a me interessa è praticare dalla radice una cultura “altra” dentro la quale si abbia consapevolezza dei significati della comunità nella cura congiuntiva di ogni relazione: minerale, animale, vegetale. Estranea al dettato patriarcale, teso al dominio, alla competitività, all’individualismo fino all’autodistruzione.
– Organica…
Da tantissimi anni lavoro con un approccio poetico con persone in sofferenza: sordi, ciechi, persone con problematiche gravi di handicap psichico, demenza, tossicodipendenza, deambulazione, con pazienti oncologici. Collaboro con l’ospedale Sant’Orsola e con l’Istituto dei ciechi “Cavazza” di Bologna, con il Sodalizio di San Martino di Perugia, con la Comunità di Torre Certalda a Umbertide, con Il Pellicano di Perugia che si occupa di disturbi alimentari. Ho curato diverse pubblicazioni su queste esperienze che offrono testimonianza di come la poesia non sia astrazione ma concretezza. Congiunge il profondo delle creature. Per approccio poetico non intendo lettura di poesia, questo rientra nell’ambito letterario, ma lavorare empaticamente in connessione, modulando la voce, la quiete e fiducia, ascoltando senza giudicare, restituendo dignità e energia, vitalizzando i semi nella terra terremotata della creatura.
Tra il verde elegante del Barton Park dove ci siamo incontrate qualche giorno prima della sua partenza per la Cina le parole di Anna Maria Farabbi, la più nota poeta vivente dell’Umbria, mai banali e mai scontate, anzi a volte sin troppo complesse, si sciolgono nell’afa estiva tanto da diventare difficili da afferrare al volo per una cronista come me.
Inizia con una piccola favola introduttiva. “Vengo da una famiglia particolare perché i miei zii e i miei genitori convivevano, sia a livello casalingo che commerciale perché avevano due attività in comune: macelleria e alimentari. Era una famiglia completamente presa dal lavoro quindi dal punto di vista relazionale affettivo poco attenta. Lo zio andava a cercare le bestie in allevamenti particolari, avevamo anche una produzione propria di salumi. L’offerta per la clientela era molto curata, ben diversa da quella di oggi che guarda più alla quantità e al prezzo basso che alla qualità. Inoltre, ricordo la bottega era un centro di aggregazione, con i clienti si socializzava, si dividevano con loro anche momenti di confidenza e di gaiezza”.
Sposata con Massimo e madre di Luca, che ora ha 30 anni, lavora a Bologna ed è un sassofonista laureato in biotecnologie, Anna Maria Farabbi è nata a Perugia. A 5 anni, in bottega, imbottigliava il vino. Per il suo futuro mamma Maria Teresa si augurava un percorso professionale pratico, così pensando di far bene l’ha iscrisse all’Istituto Tecnico Commerciale Vittorio Emanuele. “Una via scolastica del tutto diversa dalla mia natura. Di mia scelta, successivamente, mi sono laureata nella facoltà di Letterature e Lingue. Contemporaneamente ho assunto servizio all’Ufficio Imposte Dirette, oggi Agenzia per le Entrate.
– Una poeta e traduttrice pluripremiata, laureata con tesi sulla letteratura angloamericana, che passa la vita dietro uno sportello delle Imposte Dirette. Come è stato possibile?
Prima sede a Vittorio Veneto, poi a Roma e infine a Perugia. Sono andata in pensione il 31 luglio dell’anno scorso. Sappiamo che il nostro paese non riconosce qualitativamente ed economicamente attività umanistiche. L’insegnamento mi avrebbe completamente assorbito, non l’ho scelto. Ho cercato di vivere gli opposti, di integrarli.
– In pratica la sua era una doppia vita che correva su due binari paralleli. Quando la prima poesia?
Avevo 13 anni. La poesia mi è venuta addosso festosa come il cane quando riconosce. Ho partecipato ad un concorso promosso dalla casa editrice Tracce di Pescara, allora presieduto da Maria Luisa Spaziani. Ed ho vinto. Il mio primo libro è stato pubblicato proprio da loro. Poi ho pubblicato con Scheiwiller perché ho vinto il Premio Montale nel 1995.
– Perché oltre che in italiano scrive poesie anche in dialetto? E’ così poco poetico, a volte anche linguisticamente un po’ volgare: “la ramaccia”, “nfuocheto…”
Io l’ho sempre parlato in famiglia e lo parlo tuttora. La lingua è come una stratificazione geologica che ci portiamo in corpo, è materia fluida che mal si adatta alla scrittura. Il mio dialetto viene dalla zona di Montelovesco dove ho vissuto una parte della mia infanzia e adolescenza con i miei zii. Lo lavoro non solo nella mia poesia ma anche in traduzioni che mi sono richieste soprattutto dalle Università estere: ho tradotto tre sonetti di William Shakespeare, ora sta per uscire la mia versione del racconto Maladroit di Raymond Queneau, da Esercizi di Stile.
– Lei ha scritto “Alfabetiche cromie” saggio monografico su tutte le opere di Kate Chopin e tradotto la sua raccolta di racconti “Un paio di calze di seta”, ora rieditate insieme da Al3vie e Piedimosca. Cosa le piace in particolare di questa scrittrice americana e della sua scrittura?
Tutto è partito dalla mia tesi di laurea. Chopin è maestra dal punto di vista stilistico nelle sue frasi brevi, negli scorci tematici che individuano vite di donne nel loro quotidiano tra pregiudizi, invidie, amiche, tensioni coniugali e sessuali. I fili narrativi si illuminano alla luce della consapevolezza. E’ stata la prima grande insegnante della mia vita.
– Perché non le piace essere definita un’intellettuale?
Perché il pensiero è nel corpo, non prescinde dall’umilissimo fare: la teoria non è separata dalla prassi. La testa deve scendere dentro i piedi, camminando di terra in terra. In questo senso, ogni mio attraversamento, compresi i miei anni lavorativi all’Agenzia delle Entrate, sono utili: una palestra che mi ha scolpita.
– Lei è nata e vive a Perugia? Cosa pensa della città e dei perugini?
Ho un rapporto complesso. A Perugia ho dedicato un libro dentro cui Aldo Capitini e Walter Binni sono i fari di riferimento. E’ una città intensa, bellissima, che ha sofferto, e forse ancora oggi ne porta le conseguenze, di secoli di dittatura clericale.
– Nella sua vita l’amore ha la A maiuscola?
Credo che l’amore sia il grande battito cardiaco dell’umanità. E’ un processo interiore di inclusività, di accoglienza, di ascolto, di tessitura del proprio io verso il tu. Non è annullamento.
– E cosa pensa dell’odio?
E’ un’energia negativa, distruttiva e autodistruttiva. Va elaborata individualmente e collettivamente. Io faccio meditazione. Elaborare significa che la propria formazione è permanente, diceva Capitini. L’aggressività nasce dalla frustrazione e dall’incapacità di relazionarsi.
– In questo momento c’è un odio dilagante, partendo dai femminicidi e dalle guerre…
Si fa prima a dare un pugno. Mi considero una costruttrice di pace nella visione capitiniana che non è un atteggiamento buonista: esiste la distanza, la denuncia civile, la disubbidienza motivata.
– Una sua opinione sulla guerra?
E’ una spirale dentro cui rimangono i cardini del possesso, del dominio, dell’autodistruzione, dell’aggressività, della violenza ottusa. Rimangono costanti le dinamiche patriarcali cannibaliche, da cui non riusciamo a emanciparci. Sono tragicamente colpita da quanto sta avvenendo a Gaza e a Kiev.
– In una sua poesia, che faceva parte del primo libro, vincitore del Concorso di Tracce, lei parla di sé come di “una poeta piccolissima, quasi lontana, quasi felice”. Perché quel “quasi”?
Confermo il “quasi” a distanza di anni. La felicità è un conto e la gioia è altro. La felicità per me è evadere dal contesto. Non si può mai essere totalmente felici ma gioire sì. San Francesco insegna.
– E perché quasi lontana?
Non sono e non voglio essere al centro della giostra letteraria, nella sua rotazione mondana. Non ho mai cercato, inseguito persone di potere editoriale. Ogni luogo ha un ascolto di pari valore. Ho riconoscenza verso i miei editori e le mie editore. La poesia è intimità, è il sacro, è la via del poco. Non riconosce né corti né re. Oltrepassa i riconoscimenti. Ha un’andatura scalza non per scelta ma per natura.
– Cosa è per lei la bellezza?
E’ vivere la presenza e la memoria nel qui ed ora, in una quiete interiore che malgrado l’inquietudine riesce a mordere quel boccone di gioia di cui le parlavo prima, a nutrirsene e al tempo stesso sentirne tutta la responsabilità di ridistribuirla. Siamo totalmente responsabili di ciò che siamo e facciamo.