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IO NON POSSO FAR ALTRO CHE CANTARE: LA POESIA DI ALDO BRAIBANTI

di Paolo Gera

… Il canto del poeta non può essere compreso da tutti. Voglio riferirmi a questo punto al nuovo libro di Anna Maria Farabbi, “Il canto dell’altalena-l’oscillazione della figura tra il gioco e il mito”, edito ora da piédimosca e Al3viE, e arrischiarmi a confrontare Braibanti con un personaggio del mito da lei evocato: Tiresia.  Due sono le figure legate al dono della poesia come canto: Orfeo e Tiresia, ma “mentre Orfeo affascina, Tiresia è esemplare nella sua magrezza verbale incorruttibile” (ibid. p.52) “Tiresia sostiene il peso della solitudine” (ibid., p.52). Entrambi scrive , Anna Maria Farabbi, hanno in sè come poeti la deità, “Tiresia la rivela in una povertà narrativa, scorticata, lineare”(p.53). Tiresia/Braibanti ha dentro una saggezza accecante e una possibilità di previsione che gli altri, sgomenti, non riescono a comprendere. Tiresia è un personaggio dell’Edipo re di Pasolini ed è facile a questo punto far scattare un processo di comparazione fra i due intellettuali italiani, nel loro non assoggettarsi al potere e in una lingua profetica tanto chiara da risultare oscura a chi fosse già assordato dalla neolingua della comunicazione ufficiale. Quello che Farabbi scrive per Orfeo e Tiresia, io lo riporto per loro: “In entrambi, nessuna quiete, mai, né integrazione con re e popolo.”(p.53)

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UMBRIA LIBRI 2021

Presentazione del libro Il canto dell’altalena. L’oscillazione della figura tra il gioco e il mito di Anna Maria Farabbi

Sabato 9 ottobre presso la Biblioteca Mario Marte, Sala Periodici alle ore 16:30

Intervengono l’autrice e le editrici Costanza Lindi, Raffaella Polverini, Elena Zuccaccia

pièdimosca edizioni e Al3vie edizioni

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Anna Maria Farabbi ne “Il canto dell’altalena” dentro il mito alternativo

Da la Voce di Mantova di Marco Molinari

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“Il Mito è la radice del Canto”. Un breve dialogo con la poetessa Anna Maria Farabbi

da Poesieeletteratura.it di Francesca Rita Rombolà

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Il canto dell’altalena

di Francescao Roat su LeggereTutti

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LETTURE/ “Il canto dell’altalena”: l’altrove mitologico di Annamaria Farabbi

di Francesco Roat da Il sussidiario.net

“Il canto dell’altalena” di Anna Maria Farabbi: i nostri giochi si riflettono nei miti, e viceversa. Un viaggio alla ricerca della loro radice

Il 2021 per Anna Maria Farabbi – poeta, narratrice, saggista – è risultato all’insegna d’un tris di pubblicazioni. L’autrice ha infatti dato alle stampe due testi: in primo luogo un saggio, Il canto dell’altalena. L’oscillazione della figura tra il gioco e il mito (pièdimosca edizioni), nonché la riproposta di un’intervista col non-vedente John M. Hull, dal titolo Il significato del buio (Terra d’ulivi edizioni); ma al contempo, sempre quest’anno, è uscita una bella monografia di Milena Nicolini su di lei: L’uroboro nell’opera di Anna Maria Farabbi (Rossopietra edizioni), con particolare attenzione all’ultimo scritto della poliedrica scrittrice umbra.

Quantunque i tre libri siano parimenti notevoli, intendo qui rivolgere la mia attenzione al Canto dell’altalena, dove viene operato un collegamento tra i più tradizionali giochi infantili ed i miti, tenendo conto che non solo in entrambi detti ambiti paradigmatici sono presenti narrazioni/figurazioni le quali non mutano (o quantomeno, nel trascorrere del tempo, subiscono appena variazioni non sostanzialmente significative), ma soprattutto evidenziando che tali mondi paralleli propongono modelli o strategie comportamentali a cui attenersi e la cui inosservanza implica esclusioni e veri e propri exitus: siano essi dal gioco, dal contesto culturale condiviso, e persino dall’esistenza.

I giochi ‒ sempre corali/collettivi e mai individuali/narcisistici ‒ ai quali si accosta la narrazione e riflessione della Farabbi adulta sono quelli esperiti dalla Farabbi bambina nel paese appenninico di Montelovesco, luogo per lei ‒ nata in città ‒ in cui ebbe la fortuna di imparare “dalla terra, dalle bestie, dai contadini, dai pastori, dalle forme del cielo che lassù mi precipitavano improvvisamente dentro gli occhi o tra i piedi”. Ed è giusto alle “lingue” di detta realtà “minerale vegetale animale” che l’autrice ancora fa riferimento, sentendosene parte integrante. Quanto alla radice comune dei due temi esplorati, è l’immagine polisemica della figura ad essere colta qui come minimo comun denominatore. “Gioco e mito sorgono da uno stesso fulcro basato su figure che nei secoli vengono assorbite, trasmesse, ereditate, fluendo nell’alveo profondo dell’inconscio collettivo”.

I miti vennero creati da degli uomini, e i personaggi principali che li abitano sono perlopiù maschili, in ossequio al patriarcato dominante di cui risultano espressione, ma sono le deuteragoniste femmine a interessare maggiormente la Farabbi, che si sofferma su Penelope, Circe, Antigone, Medea, Cassandra, Tiresia (poi spiegherò il perché di questa scelta, solo in apparenza discordante), nonché sulle sirene. Intorno a Penelope la scrittrice, nel 2003, aveva già pubblicato un breve saggio (peraltro ripresentato oggi in appendice al Canto dell’altalena) e su di essa ritorna, mettendo ulteriormente a fuoco tale figura esemplare di donna (in primo luogo signora e padrona di se stessa, oltre che sovrana) e ripercorrendone il cammino d’individuazione – svolto attraverso un’erranza solo a prima vista statica – espressivo di un “andare” verticale (opposto e speculare a quello orizzontale di Ulisse) che avviene esclusivamente dentro “la propria terra interiore”.

Accanto alla regina di Itaca, la Farabbi si sofferma pure su Circe: figura dell’erotismo femminile più penetrante e “arcano”, per la quale amare è “ricevere il meglio dall’altro e lasciarlo andare” senza alcuna velleità di possesso, come fa la maga quando Ulisse decide di abbandonarla. Ancora, sono le anticonformiste Antigone e Medea ad essere celebrate. La prima per il suo coraggioso/pietoso rifiuto di opporsi alla legge disumana di Creonte che vuole rimanga insepolto il corpo di Polinice, fratello della donna, reo di aver tradito la propria polis. La seconda, vittima anch’essa della tracotanza maschile, che pur divenendo assassina dei suoi figli ‒ ma solo per sottrarli, dice bene Anna Maria Farabbi, ad “un futuro infamante che li avrebbe offesi, mortificati, esiliati, perseguitati, estinti dalla faccia della terra” ‒ merita tutta la nostra compassione/comprensione.

Non da ultimo la profetessa Cassandra ‒ accostata qui alla figura speculare dell’indovino Tiresia, per sette anni trasformato in donna causa un atto sacrilego e dunque anch’egli femminile nell’animo ‒: colei che osò rifiutarsi ad Apollo, ovvero al potere maschile, e venne punita attraverso un ostracismo sottile, quello di non venir più ascoltata da nessuno, per quanto verace. Infine le sirene, considerate nell’immaginario collettivo fascinose ma temibili seduttrici: sorta di aliene dai poteri inquietanti. Tuttavia l’autrice si ribella al banale stereotipo a cui sono sempre state costrette queste figure mitologiche, quasi invitandoci a considerare non quale esca mortifera il loro canto, ma quale occasione per una metànoia profonda, per un’apertura all’inaudito, alla abdicazione egoica, alla ri-nascita spirituale e al mistero.

Non manca in questo libro davvero coinvolgente ‒ tramato mediante una scrittura ora narrativa, ora filosofica, ora poeticissima ‒ una riflessione sull’altalena, che può esser colta come gioco e insieme come archetipica figurazione mitologica. Gioco non tanto autoreferenziale/solipsistico bensì espressivo d’uno slancio gratuito, senza meta, e di una disponibilità all’aperto, per dirla con Rilke. E in parallelo immagine mitopoietica, se ospite dell’altalena è la Grande Dea dell’antica civiltà cretese ‒ vedi la statuetta d’argilla che così la raffigura nel museo di Heraklion ‒ a simboleggiare equilibrio, levità, energia creativa, volo.

Su tutto ciò lascio ora la parola ad Anna Maria Farabbi, affinché il lettore possa gustare da subito qualche riga del suo testo mirabile: “L’oscillazione dell’altalena: è uno spicchio di spirale. Non è uno spicchio di cerchio. La curva di oscillazione è asimmetrica, aperta, generata da un punto infinitesimo, interiore, intimo, che possiamo chiamare origine o polo. L’ospite dell’altalena ondeggia, partecipando alla creazione in una curva cullante, conciliante, energetica e armonica, governando la sospensione e l’esercizio fisico e psichico dell’equilibrio, nelle dinamiche ritmiche della spirale che la trascina e attraversa. L’esperienza dell’altalena genera una sensazione né di benessere né malessere, ma di uscita dal quotidiano, dal mondo, colmati dentro un flusso spazio temporale che proietta altrove, in un non pensiero, non persi, non in trance, ma altrove, in un volo rasoterra”.

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-il-canto-dellaltalena-laltrove-mitologico-di-annamaria-farabbi/2222307/

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UN PROGETTO EDITORIALE una coedizione tra Al3viE e Pièdimosca edizioni

da LoStrillo.it

Un progetto ricco, unico, speciale che coinvolge le due realtà editoriali guidate da tre donne e la stessa autrice Anna Maria Farabbi all’insegna della collaborazione, dell’unione e della condivisione delle proprie esperienze, dei valori e di una conoscenza che necessita comunque sempre di un costante lavoro, attento e minuzioso, nel proprio viaggio personale e professionale per accogliere e riconsegnare all’altro, agli altri. L’opera, con una scrittura narrativa mantenuta sempre in tensione e in accento lirico, attraversa il pensiero di genere affondando nelle radici dell’occidente. Tra le maglie dei giochi d’infanzia e orchestre figurative del mito, si coniugano dinamiche affini. La lingua nei suoi ritratti fonetici e semantici è illuminata fino ai capillari del silenzio. Farabbi ci porta le Sirene, Tiresia, Penelope, Antigone, Cassandra e Medea come costellazioni, rovesciandone i canoni interpretativi.
Al3viE – Pièdimosca
Milena Nicolini ha scritto un importante saggio su Il canto dell’altalena per accompagnare lettrici e lettori in un viaggio che segna la vita della poeta Anna Maria Farabbi nel suo impegno sociale, politico e nel suo essere femminista.
Il link riporta al sito dell’editore Rossopietra. Il saggio può essere richiesto anche ad Al3vie.

https://www.rossopietra.it/2021/08/29/luroboro-nellopera-di-anna-maria-farabbi/


Leggi l’articolo:

http://www.lostrillo.it/showDocuments.php?pgCode=G20I198R36403&id_tema=10

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È che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, testi di Louise Michel, a cura di Anna Maria Farabbi, recensione di Claudia Nastasi

Anna Maria Farabbi, scrittrice e poeta, propone un’antologia di testi e opere della vita di Louise Michel, la Vierge rouge simbolo della Comune di Parigi. L’esigenza di riportare in primo piano il discorso intorno a questa figura complessa ed estremamente attuale passa attraverso la penna della poetessa umbra e si realizza in un progetto editoriale frutto di uno studio attento e puntuale non solo delle opere ma anche della personalità dell’artista. Anna Maria Farabbi libera Louise Michel da una lettura pressoché legata alla cultura anarchica, riconsegnandola alla conoscenza nella sua interezza. Nel 2017 nasce un’opera antologica dal titolo immediato e prorompente: “è che il potere è maledetto e per questo sono anarchica” edito da Il Ponte Editore. Parole tratte dalla stessa Louise Michel, che rimandano ad un’urgenza comunicativa sul modo di agire e di fare politica oggi, in uno slancio vitale dove l’umanità è il bene primario da difendere, curare e guarire. Il testo ritorna poi nell’officina della Farabbi per essere potenziato, tradotto in francese e inglese, e riedito da Al3vie nel marzo 2021, a 150 anni di distanza dalla Comune di Parigi, in un momento in cui le parole di Louise Michel richiamano la coscienza collettiva all’azione, celebrando un ideale di uguaglianza e armonia universale che coinvolge tutto ciò che esiste.

Vroncourt-la-Côte 1830, Marianne Michel dà alla luce una figlia illegittima avuta dal figlio del castellano per cui lavora. La bambina trascorre però un’infanzia felice, ricevendo un’educazione illuminista e liberale dai nonni paterni, contrariamente alle convinzioni tradizionaliste della madre. La conoscenza di Rousseau e Voltaire accendono in Louise Michel  la passione per la difesa dei diritti umani, inizio di un percorso straordinario, non convenzionale, che la renderanno una delle pioniere del femminismo e dell’educazione moderna. Frequentatrice di ambienti rivoluzionari, si trova a capo di diverse associazioni di stampo socialista e nel 1871 quando nasce la Comune di Parigi, ne diviene una delle protagoniste e combattenti, tanto da guadagnarsi diversi arresti e la deportazione a Satory (luogo particolarmente legato alle fucilazioni dei rivoluzionari della Comune) e in Nuova Caledonia nel 1873. Esperienze raccontate in La Comune del 1898, opera dall’inestimabile valore storico, la quale ci mostra una Louise Michel audace e coraggiosa, riluttante a qualsiasi forma di compromesso con il regime e determinata a difendere con tenacia e onestà la dignità dell’uomo e della donna.

L’opera a cura di Anna Maria Farabbi rappresenta una mappa in grado di guidare il lettore alla scoperta della personalità complessa e articolata di Louise Michel. La ricerca d’identità della donna attraversa stili e generi di scrittura talvolta lontani tra loro (dalla prosa, alla poesia, alla corrispondenza fino ai semplici ricordi e osservazioni) ma che condividono il medesimo obiettivo. La scrittura assume un doppio valore, conoscitivo, narrare sé stessi per creare la propria identità, e rivoluzionario, in quanto strumento politico in grado di raccontare la realtà e agire su di essa. I testi delle opere di Louise Michel vengono così tradotti e assemblati da Anna Maria Farabbi in un rapporto di continuità tra le due donne. L’idea di una scrittura poetico-politica le fonde a distanza di secoli e carica l’opera di un’energia comunicativa nitida e diretta in grado di illuminare il volto di Louise Michel e di esaltarne ogni sfumatura. È proprio il volto a trovarsi al centro della riflessione della poetessa, un’immagine carica di significati e portatrice di esistenze multiple che quel volto hanno incontrato. L’atteggiamento energico e il portamento fiero e deciso sono tratti della forte identità di Louise Michel, identità che nasce prima dell’esaltante esperienza della Comune e che si imprime con forza già in gioventù quando nella corrispondenza intrattenuta con Victor Hugo, eletto a maestro dalla giovane, racconta delle origini del suo concepimento con lucidità e orgoglio, al tempo in cui il tema della paternità illegittima era una realtà sociale taciuta.

Sono presenti alcuni nuclei tematici che forniscono all’opera una certa organicità, imperativi etici e morali che sono alla base della scrittura di Louise Michel, cuciti con parole dirette e secche, talvolta a svantaggio di una certa raffinatezza stilistica. La parola non è strutturata, il ritmo è veloce perché legato ad un tempo interiore dinamico e vivo, sintomo di un coinvolgimento intenso nei confronti del presente. I temi affrontati rispondono ad una esigenza reale e imminente che si traducono in uno stile diretto e immediato che esalta la funzione comunicativa della scrittura. La scrittura è, inoltre, legata alla musica, elemento che occupa un posto privilegiato anche nella riflessione didattica di Louise Michel.

Tra i temi rintracciabili si individuano riflessioni sull’insegnamento e la didattica, sulla criminalità e la devianza (dalle carceri, alla prostituzione alla malattia mentale), sulle condizioni e i diritti dei lavoratori, con particolare attenzione al mondo delle donne in un’ottica dichiaratamente femminista. La voce di  Louise Michel si erge a difesa di una società laica e tollerante, libera dalle interpretazioni delle istituzioni politiche e religiose, incoraggiando le coscienze e invitandole all’azione. A tale scopo è interessante gettare uno sguardo a queste parole tratte da “Presa di possesso”:

e tu compagno che perdi tempo dietro la cometa filante delle notti fredde, dentro il tuo rovinato grembiule da lavoro o sotto il tuo vestito nero cencioso, che aspetti per prendere il tuo posto di combattimento, non sperare in altra opera né soccorso. Governanti e finanziari hanno altro da fare che occuparsi di te[1].

L’esortazione diventa sempre più pressante e necessaria, incombente. Il risveglio è imminente e il cambiamento inarrestabile. Non resta altro da fare che unirsi e celebrare la trasformazione. L’impegno che Louise Michel dedica alla cura e alla difesa dell’umanità cresce e si rafforza nel lavoro di educatrice.  L’attività di insegnante rappresenta l’opportunità per sperimentare una didattica liberale e laica, all’insegna di quella che oggi amiamo definire inclusione. Per Louise Michel non esiste barriera economica, sociale, di razza o di genere che non possa essere abbattuta. La scuola da lei fondata è una scuola libera, mista, dove i poveri non pagano e siedono ai primi banchi, dove anche i bambini con handicap psichico trovano il loro posto, dove vengono sperimentate metodologie didattiche innovative che sfruttano il valore terapeutico della musica. La fiducia verso l’uomo è totale, non esiste devianza o malattia che possa impedire la comunicazione e la relazione, secondo una conoscenza che passa dal sentire prima e dalla comprensione poi. In tal senso anche il recupero dell’individuo criminale diventa una necessità educativa e sociale. Nel fronteggiare la criminalità è necessario, per l’intera società, pensare ad un percorso di riqualificazione dell’individuo. Il “Libro della prigione, scritto tra 1872  e il 1873 (anno della sua deportazione in Nuova Caledonia), è ricco di spunti e riflessioni a tal proposito, nei quali Louise Michel suggerisce quale metodo per la riabilitazione del criminale la colonia penitenziaria. Essa è da considerarsi non come una galera ma come una famiglia, l’ambiente adatto per la nascita di una esistenza nuova. Louise Michel vive la sua stessa esperienza di reclusione con lucidità e spirito di osservazione senza abbandonarsi ad alcuna commiserazione ego-centrata. L’esperienza della prigione viene raccontata e presentata dai passi di  “Memorie, opera dal complesso valore stilistico, dove piano etico, poetico e epico si fondono in un racconto autobiografico dal forte valore testimoniale.

L’incontro con l’altro e il rapporto con l’alterità sono temi che attraversano tutta la vita di Louise Michel ma che in particolare sono centrali nell’esperienza in Nuova Caledonia. In seguito ad un viaggio durato quattro mesi, giunge nella colonia penitenziaria con animo colmo di rinnovata energia, un viaggio che la avvicina al movimento anarchico e che le permetterà negli anni della sua permanenza di raggiungere una certa maturazione politico-filosofica. Trascorre sette anni di feconda relazione con la popolazione nativa all’insegna di un continuo scambio culturale, a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di “sorella” da parte dei Canachi. “Leggende e canzoni di gesta canache offrono una lettura antropologica di questa popolazione, mettendo in evidenza il valore della natura e degli elementi naturali.

Quando arriva l’amnistia Louise Michel può tornare in Francia e riprendere il suo impegno a difesa dei lavoratori e delle teorie anarchiche in tutta Europa.  Un ruolo che si sente di dover rivestire anche e soprattutto perché donna, la più schiava tra gli schiavi. Louise Michel inserisce pertanto nel suo discorso rivoluzionario anche il riscatto di genere, in un’ottica di valorizzazione e liberazione dell’umanità intera:

Ovunque, l’uomo soffre nella società maledetta, ma nessun dolore è comparabile a quello provato dalla donna. Nella via, lei è una merce. Nei conventi, dove si nasconde come in una tomba, l’ignoranza la chiude […]. Nel mondo, lei si flette sotto il disgusto. Nella sua casa, il fardello la schiaccia. […] I nostri diritti noi li abbiamo. Non siamo accanto a voi per combattere la grande guerra, la guerra suprema? Che forse voi oserete fare dei diritti delle donne cosa a parte, quando uomini e donne avranno acquistato i diritti dell’umanità?” [..] Io, donna, ho il diritto di parlare delle donne[2].

Il fuoco acceso da Louise Michel non si estingue ma si alimenta nel tempo e nello spazio, passando di generazione in generazione, che ne raccoglie l’eredità e lo alimenta della propria passione. I mitragliati di Satory cambiano nome e luogo, ma restano e resistono. Ecco allora che leggere Louise Michel ci mette in comunicazione con il nostro passato storico in un’ottica fluida e in continuità con esso. Louise Michel ci consegna la fiducia e la speranza che l’agire del singolo possa essere un’incrinatura nello specchio capace di generare nuove possibilità per l’umanità.

[1] L. Michel, É che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, a cura di Anna Maria Farabbi, Al3vie, 2021, p. 44

[2] Ivi, p.  141

http://www.lamacchinasognante.com/e-che-il-potere-e-maledetto-e-per-questo-io-sono-anarchica-testi-di-louise-michel-a-cura-di-anna-maria-farabbi-recensione-di-claudia-nastasi/?fbclid=IwAR07ynpZmDGpwMR1x7BZVuBoQFQ2mvThoF-5HsXeF8bMuZng9WELeoTcTvc

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Il significato del buio

intervista al teologo inglese John M. Hull a cura di Anna Maria Farabbi per la collana Signature di Terra d’ulivi edizioni

FUTURE PUBBLICAZIONI: Jonh M. Hull entrerà nel catalogo Al3viE nel 2022

Sito ufficiale di John M. Hull http://www.johnmhull.co.uk/

Anna Maria Farabbi sta attualmente lavorando alla traduzione del testo In the beginning there was darkness di John M. Hull i cui diritti sono stati acquistati dalla casa editrice inglese SCM. Il libro verrà pubblicato nel catalogo Al3viE nel 2022.

La collana Signature offre un percorso di ritratti dialoganti che ci consegnano intensità di vite e di riflessioni. Ogni protagonista, nella propria specificità, umanamente, politicamente, artisticamente, socialmente, compie con la sua esistenza e la sua opera una testimonianza potente e seminante, controcorrente, motivando sempre e narrando la sua vita altra.

Questo incontro recupera -il verbo recuperare è una cellula verbale, esistenziale, etica, per me imprescindibile – la perla di un’opera corale incentrata sul significato di cecità e ipovisione, intitolata Luce e notte, esperienze dell’immagine e dell’assenza, edita nel 2008, da LietoColle, da me curata assieme a Lucia Gazzino. Voglio ricordare che il libro ospitava anche una delle voci più interessanti del panorama intellettuale e artistico del secondo novecento, Gianfranco Draghi (Bologna 1924, Firenze 2014): poeta, scultore, psicanalista, tra i primi presidenti dell’Associazione italiana di psicologia analitica, dopo la morte del suo fondatore Bernhard, a fianco di Alfredo Spinelli per una cultura europea federalista. Nell’antologia, ho riportato la trascrizione di una delle nostre infinite, lunghissime, amichevoli, telefonate in cui narra la sua esperienza di ipovisione.

Quel libro fu da me voluto per mettere a fuoco un mio percorso personale di ricerca all’interno della sofferenza, dell’handicap psichico e fisico, della diversità in una cultura d’ascolto, cura, arricchimento, crescita spirituale e intellettuale, gesto inclusivo, sociale e politico, di complementarità e solidarietà. L’antologia di apre, dopo la prefazione, proprio con perla di quell’opera, appunto, con la mia intervista a John M. Hull.

La sua parola spalanca le porte del buio.

La riedizione dell’intervista è necessaria, dopo la sua uscita fuori catalogo, perché rivitalizza la qualità della sua sostanza. In Italia, rimane l’unica occasione di incontro con questo straordinario pensatore.

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L’uroboro nell’opera di Anna Maria Farabbi

di Milena Nicolini


Con l’analisi dei due testi Il canto dell’altalena, La tela di Penelope, proposti insieme da Pièdimosca in coedizione con Al3vie, marchio Kaba edizioni, che vengono collocati a scansioni fondamentali della scrittura di Anna Maria Farabbi, si richiamano rapporti significativi con altre opere dell’autrice.

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LOUISE MICHEL: È CHE IL POTERE È MALEDETTO E PER QUESTO IO SONO ANARCHICA

di Gisella Blanco per La città delle donne

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Una nuova pubblicazione all’insegna della co… edizione e della co…llaborazione

Questa prima pubblicazione nella Collana Orto segna e illumina una via importante che si apre con una coedizione fra Al3viE e Pièdimosca (Collana Semi).

Un progetto ricco, unico, speciale all’insegna della collaborazione, fra le due realtà editoriali e la stessa autrice Anna Maria Farabbi, dell’unione e della condivisione delle proprie esperienze, dei valori e di una conoscenza che necessita comunque sempre di un costante lavoro, attento e minuzioso, nel proprio viaggio personale e professionale per accogliere e riconsegnare all’altro, agli altri.

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Attraversare il male

di Nella Roveri dal blog culturale CasaMatta

Può sembrare azzardato e improprio accostare due figure femminili, distanti un secolo, ma, da quando Anna Maria Farabbi ci ha offerto la possibilità di leggere le pagine di Louise Michel, la relazione con Germaine Tillion per me è stata immediata. Germaine nasce due anni dopo la morte di Louise e non c’è traccia nelle sue scritture di una conoscenza diretta della militante anarchica, eppure molto le accomuna: la passione per la conoscenza, lo spendersi sempre in prima persona, l’attenzione per i propri simili e per i più svantaggiati, la detenzione in carcere, nella colonia penale e in campo di concentramento, la capacità di incontrare popoli lontani e di guardare ai loro costumi senza la spocchia dell’occidentale, anzi del francese colto e colonialista. E, in mezzo a molto altro, lo sguardo femminile, quello che non imita mai il modello dominante maschile, ma si pone autentico di fronte alle situazioni, riconosce e agisce la differenza femminile, nell’ordine simbolico materno. Per entrambe, non spose e non madri, la madre è la genealogia degli affetti, una sorta di archetipo del bene e dell’amore, per Louise non privo di conflitto, per Germaine legame di profonda intesa, per entrambe la persona a cui restituire protezione, difesa e senso sacro dell’appartenenza affettiva. “Coloro che non conoscono i rivoluzionari pensano che essi non amino i loro cari, poiché li sacrificano sempre all’idea. In realtà, li amano ancora di più in tutta la grandezza del sacrificio”.

La vita di Louise Michel è dominata dalla parola, la parola d’insegnante che non accetta di giurare fedeltà all’imperatore e crea una scuola sua nella quale mette in pratica i metodi che valorizzano la formazione professionale e personale delle allieve e degli allievi; la parola che incita i compagni di rivoluzione; la parola che risponde altera nei tribunali, affermando la “via della pace”, e quella che si modella su una lingua straniera, considerata primitiva, quella dei Canachi.

Germaine Tillion fa dell’osservare l’azione costante della sua lunga esistenza, più che centenaria: osserva le azioni dei Berberi dell’Aurès nel nord algerino, giovane etnologa sulla scia di Marcel Mauss, entra a Parigi nella Resistenza, viene catturata e deportata a Ravensbrüch. Lì, nascosta in uno scatolone, osserva i movimenti delle deportate che vengono definite verfügbar, le “disponibili”, quelle che con qualche stratagemma riescono ad evitare il lavoro di produzione d’armi alla fabbrica Siemens, e scrive una pièce teatrale tragica e ironica, che le vede protagoniste. Scampata al campo di concentramento e rientrata in Francia si dedica alla storia recente del suo paese, alla resistenza e alla deportazione. Con lo spirito accorto della memoria scrive Ravensbrüch, lo scrive tre volte, ogni volta con una lente più fine, perché nulla sfugga alla sua capacità di cogliere carattere e dettagli. Viene poi chiamata per una missione in Algeria; il suo compito è osservare la popolazione civile e rilevare i segni premonitori della guerra. Al tempo del conflitto algerino pareva necessario schierarsi o dalla parte del FLN o dalla parte dell’Algeria francese. Germaine non accetta un mondo diviso in bianco e nero e si attira la riprovazione di tutte le parti in campo, compresi gli intellettuali parigini che a priori hanno deciso la ripartizione del bene e del male.

Questa idea che una divisione manichea della storia non regge alla prova dei fatti delinea ulteriori fili di affinità: Louise ragiona su coloro che vengono messi ai margini per ragioni di devianza o per problemi psichici e insiste sulla possibilità di un recupero, anche attuando metodi nuovi, basati ad esempio sull’uso della musica. “Ci sono realtà che comprendiamo a stento, perché ne vediamo solo una parte. Strappiamo i veli, troppo lenti a cadere da soli, e la luce verrà.

Servirsi esclusivamente delle forze materiali e lasciare inattive quelle invisibili, che hanno una potenza estremamente maggiore, è un grande errore”

“Per fare questa luce, dice ancora Louise Michel, occorrono due fiamme: la scienza e l’amore per l’umanità”.

Germaine chiama questa luce “passione di capire e tenerezza per i propri simili”. Non esita a lanciarsi in un’indagine sul campo per pacificare il conflitto franco-algerino, incontra i capi delle fazioni nella casbah di Algeri, vuole negoziare una tregua e deve cominciare da quello più disposto a cedere rispetto alla violenza; riesce a ottenere da Yacef Saadi che non venga coinvolta la popolazione civile. Saranno però i francesi a rompere la tregua con tre esecuzioni nelle carceri di Algeri e Germaine pensa che le parti in conflitto siano “due terrorismi faccia a faccia” che si comportano come gli stupidi alci del Canada che si combattono intrecciando le corna e finiscono con il morire immobilizzati. In una simile lotta tutti sono perdenti, non c’è narrazione eroica, solo il racconto tragico dei danni.

E Louise è il suo controcanto: “Quando i greggi divengono minacciosi li si decima nel mattatoio delle guerre”.

C’è poi una vena ironica, uno scarto dialogico, nel rapporto che entrambe hanno con i tribunali e le accuse che vengono loro rivolte.

Louise, davanti al Sesto Consiglio di guerra: “…ripeto che non voglio difendermi. Voi avete il viso scoperto. Anch’io. Vi guardo in faccia. Voi siete il consiglio di guerra, io sono una donna della Rivoluzione sociale! Difendermi… a che scopo? Non cambierei la vostra sentenza. Sono qui nelle vostre mani…”. E Germaine, catturata come partigiana, prima della deportazione, dalla sua cella scrive al presidente del tribunale che le ha appena inviato un atto di accusa che prevede la condanna a morte e confessa in modo ironico di aver praticato la magia, anche se i suoi poteri hanno limiti: “Se questi signori della polizia tedesca hanno realmente perduto la loro innocenza, sono incapace di rendergliela”.

Ma è lo sguardo sul mondo femminile che merita una più accurata attenzione. A Ravensbrüch Germaine osserva il modo che le donne hanno di vivere l’esperienza estrema del campo e nota come la solidarietà si muova anche in quell’ambito, più acuta ed efficace rispetto ai campi maschili, sostenuta dalla cura reciproca sulle ferite del corpo, sulla nudità, sugli esperimenti medici, sulla testa rasata, sul pallore, la magrezza, l’abbandono della volontà. Basta un cucchiaio prestato, un pezzetto di pane e anche il divertimento intorno a un canto proposto e intonato per smorzare il dolore. L’etnologa fa anche qui dell’osservazione la sua pratica consueta, non dissimile dalla capacità di Louise Michel di cogliere la forza delle donne nella battaglia per la Comune di Parigi: “Tra i più implacabili lottatori che combatterono l’invasione e difesero la Repubblica come fosse l’aurora della libertà, le donne sono numerose. …Le donne non si chiedevano se una cosa fosse possibile ma se fosse stata necessaria, solo così riuscivano a compierla”.

E, nei Mémoires, Louise annota “Confesso che ci sarà del sentimento: noi donne non abbiamo pretese di sradicare il cuore dai nostri petti, noi troviamo l’essere umano, stavo per dire la bestia umana, molto incompleto così come è. Preferiamo soffrire e vivere sia nel sentimento che nell’intelligenza”. Ecco che torna quella “passione di capire e tenerezza per i propri simili” affermata da Germaine Tillion, una strada aperta alla riflessione sulla differenza.

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Louise Michel

di Milena Nicolini dal blog culturale CasaMatta

A centocinquanta anni dalla Comune di Parigi

di Milena Nicolini

Ci sono funerali che si assomigliano. Anche a decine e decine di anni di distanza. Al suo vennero da tutta Europa, operai, militanti, lavoratori. Era morta a Marsiglia, dopo l’ennesima conferenza sui bisogni e sui diritti dei lavoratori, che andava tenendo dappertutto, anche oltre i confini, in Inghilterra, in Algeria, da quando a cinquant’anni era tornata in Francia. Aveva subito ripreso la partecipazione attiva alle lotte politiche e sociali, come due storiche Internazionali Anarchiche, varie manifestazioni e comizi per denunciare la condizione di lavoratori e disoccupati, insieme alla fondazione di giornali politici e di scuole anarchiche, alla pubblicazione di romanzi impegnati nei temi sociali e di Memorie della sua esperienza politica e personale. Attività, creazioni, scelte che per lei avevano, tutte, il medesimo significato rivoluzionario. Per questo, appunto, arrestata e incarcerata tante volte, sempre con il suo slancio di condivisione solidale con gli altri perseguitati, sempre con la sua orgogliosa sfida a tribunali e potere borghese. Fino a divenire bersaglio di due colpi di revolver di Pierre Lucas, un giovane cattolico, che in fondo crede nella stessa convinzione anarchica dell’efficacia dell’isolato gesto terroristico. Che lei non solo non denunciò, ma si diede da fare per farlo liberare. Il perché, lo disse in poesia:

Questo figlio delle coste di Armorique, / (…) / se ne andava sognante e mistico / tra i grandi venti dal soffio amaro / guardando sia l’oceano terribile / che la terra inesorabile per i poveri / privi di ogni consolazione. // Sentendo il risucchio nero delle folle, / il suo cuore cominciò a frangersi, / senza comprendere le grandi mareggiate / da cui ci lasciamo portare, / tutte le mute collere/ che si ammucchiano in tempeste / lo avvolsero per spezzarlo. // (…) / Le nostre cose per lui sono irreali, / lasciatelo sulle sue cupe spiagge, / (…) // Per noi quest’uomo è ancestrale / dei tempi dell’antro nel fondo dei boschi. / (…) / Tra noi ci sono infiniti giorni. / Che resti libero nella sua ombra./ Per lui non abbiamo leggi. (Il Bretone, da Germinale 1881-1901) pp.117-8

Incredibilmente più tollerante con lui delle invettive che invece, più giovane,  aveva lanciato contro quelli che non avevano né il coraggio né l’intelligenza di ribellarsi all’oppressione e ai soprusi, contro, soprattutto,  la rassegnazione fatalistica:

(…) /Nessun vigliacco per non soffrire di tradimenti / la folla vile beve mangia dorme / visto che vuoi aspettare aspetta credi ai maestri / non ne hai dunque abbastanza dei morti. // Il sangue dei tuoi figli vermiglia la terra / dormi nel carnaio tra le pareti sorde / dormi mentre si ammucchiano ape su ape / i cupi sciami dei sobborghi. / (…)  (Il popoloA coloro che gridavano “Ai prussiani” su Eudes e su Brideau prigionieri, Montmartre 1870) p.105

“(…) Ma bisogna pur rassegnarsi! –, disse. – Non possiamo mangiare tutti i giorni! – (…) Quando la donna diceva questo con la sua aria calma, mi si infiammavano gli occhi per la rabbia (…) – Mi indigno per ciò che credete e cioè che tutto il mondo non possa avere pane tutti i giorni. – Questa stupidità di gregge mi inorridiva. Non bisogna parlare così, per carità! – Disse la donna – Ciò farà piangere il buon Dio! Avete visto i montoni tendere la gola al coltello? Questa donna aveva una testa di pecora.” pp.160-1

Se quest’ultimo è un ricordo di quando era bambina, non sarebbe opportuno dedurne una maturazione violenta e sanguinaria; tutt’altro. Anche perché, all’inizio di Memorie, attribuisce alle donne un ineludibile rifiuto della violenza, della “bestialità umana”:

“Confesso che ci sarà del sentimento: noi donne non abbiamo pretese di sradicare il cuore dai nostri petti, noi troviamo l’essere umano, stavo per dire la bestia umana, molto incompleto come è. Preferiamo soffrire e vivere sia nel sentimento che nell’intelligenza. (…) Se l’uguaglianza fra i due sessi fosse riconosciuta, sarebbe una grandiosa breccia nella bestialità umana.” (p.131, p.136)

Nella raccolta di conferenze Presa di possesso, pubblicato nel 1890, dichiarerà esplicitamente: “E’ necessario che i diseredati, i fuorilegge scelgano non la forza ma il diritto.” (p.41) e con uno sguardo che si apre a tutto tondo: “L’uguaglianza, l’armonia universale per gli uomini, come per tutto ciò che esiste.” (p. 45). Importante per lei questo obiettivo, che include anche gli animali e le piante:

(…)Quelle lotte spietate / vengono per giorni migliori. / Si deve essere implacabili / e, allo stesso tempo, soccorrevoli / verso insetti e fiori. // Che sogno! Il mondo infine libero, / il dolore morto, il male morto, / e tutto ciò che pensa o vibra / trovando la china, l’equilibrio, / la sua nota, nell’immenso accordo. // (…) // La grande opera dentro cui i tempi ci conducono / non è creazione di uno solo / ma di tutta la schiera umana, / (…) // Si comprenderà l’essere, la pianta, / chi ulula, confusamente, / le foreste, i venti, / la tormenta, / i fiori neri, la folle grondante / il progresso che senza tregua ci chiama. // (…)  (Da GerminaleI tempi eroici, II, pp. 121-2)

“E’ che tutto va insieme, dall’uccello di cui si distrugge la covata, fino ai nidi umani decimati dalla guerra. (…) Dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo, cosciente e libero, non torturerà più né il suo simile, né le bestie. Per questa speranza vale la pena attraversare l’orrore della vita.” (da Memorie, XI, p.143; XV, p.145)

Non rimane esercizio di vuote parole. Persino nella cella a Clermont  soccorre e convive con la topina che va a sgranocchiare pezzetti di pane nel suo letto, e che,  quando viene trasferita, raccomanda “alla pietà di tutti”. Fu anche accusata, da compagni di lotta sulla barricata da Perronet a Neully, durante la resistenza disperata della Comune, di avere abbandonato il suo posto per soccorrere un gatto:

“La disgraziata bestia, rannicchiata in un angolo tempestato di granate, chiamava come un essere umano. Sì. Sono andata a cercare il gatto. Non ci è voluto che un minuto. L’ho messo al sicuro spostandolo di un solo passo!” (Da Memorie, Seconda parte, p.164)

Con preveggenza quasi freudiana, lei stessa annota un episodio della sua infanzia che ipotizza a origine di tante sue scelte etiche:

“Mi capita spesso, risalendo all’origine di certe cose, trovare una forte sensazione che provo ancora oggi dopo tanti anni. Così, la vista di un’oca decapitata che camminava con il collo sanguinante e levato, rigido con la piaga rossa dove la testa mancava. Un’oca bianca, con gocce di sangue sulle piume, camminando come ebbra mentre a terra giaceva la sua testa, gli occhi chiusi gettati in un angolo, ebbe per me conseguenze multiple. (…) Mi era impossibile allora elaborare questa impressione, ma la ritrovo nel fondo della mia pietà verso gli animali, e poi nel fondo del mio orrore per la pena di morte.” (da Memorie, pp. 158-9)

Non era per le esecuzioni sommarie, anche se era consapevole dell’inevitabile violenza durante una rivoluzione; al processo, nel dicembre del 1871, del Sesto Consiglio di guerra che la accusa, come comunarda, tra le altre imputazioni, di “complicità, in provocazione e macchinazione, per l’assassinio di persone trattenute (…) come ostaggi della Comune”, dichiara:

“Non voglio né difendermi né essere difesa. Appartengo alla Rivoluzione sociale e accetto la responsabilità dei miei atti! Quanto all’assassinio del generale Lecomte, confesso che gli avrei sparato, se fossi stata presente quando ordinò di far fuoco sul popolo ma, una volta divenuto nostro prigioniero, la sua persona divenne sacra.” p.20

Nella raccolta giovanile di saggi e racconti Il libro di Herman, quasi certamente precedente l’esperienza della Comune, espone riflessioni sorprendentemente anticipatorie sul tema della “devianza, cercando di individuare crune di ascolto, possibilità di relazione, recupero dell’individuo criminale e della persona con problemi psichici, nel loro stadio infantile o adulto”[i], affermando tanto l’importanza dell’amore[ii] da parte di chi vuole recuperare il corpo e la mente dei disabili psichici, quanto l’individuazione di nuovi metodi di contatto, come la musica. Nel Libro della prigione, scritto tra il 1872 e il 1873, cioè tra la violenza del campo di Satory, vero e proprio lager, dove fucilarono molti comunardi, e l’imbarco per la deportazione all’altro capo del mondo in Nuova Caledonia, scrive con una lungimirante nettezza che sbalordisce:

“Ammettere che il crimine sia una malattia, e persino contagiosa, non vuol dire giustificarla così come lo si fa con la peste. Occorre cercare la causa per trovare rimedio. (…) Rimettiamo qui l’idea dominante del libro: (…) la società si difende e non si vendica.”(p.30)

“Quale singolare studio quello dedicato alle prigioni! E se voi sapeste come basterebbe poco per trasformarle in atelier per laboratori e lezioni da cui si uscirebbe migliori e più istruiti.” (dalla lettera Al cittadino Th.Ferré, Versailles, 16 settembre 1871, mezzanotte, p.56)

Arrivando persino a considerare possibilmente positiva l’esperienza che andava ad incontrare in Nuova Caledonia, la colonia penitenziaria, se fosse stata considerata non come galera, ma “come famiglia”, dove mettersi alle spalle la eventuale precedente vita delittuosa, per iniziare “un’esistenza nuova”, con la creazione di “nuove città”, nuove relazioni  anche “con l’antico mondo” originario (p.30). E infatti non solo in partenza per la colonia penale si entusiasma come per un viaggio d’esplorazione, ma con descrizioni di bellissima poesia così vive il viaggio, che fu, peraltro, lungo, spesso tempestoso, ai limiti della sopravvivenza:

“C’erano dei giorni in cui il mare era grosso, il vento soffiava nella tempesta. La scia della nave tracciava come due collane di diamanti, che si ricongiungevano in una sola corrente scintillante al sole ancora un po’ lontano. (…) L’alto mare del Capo fu per me un’estasi. Non avevo mai visto prima di allora, prima della Comune, che Chaumont e Parigi e i suoi dintorni (…) e ora, che tanto avevo sognato di viaggiare, mi trovavo in pieno oceano, tra cielo e acqua, come tra due deserti, dove non si udivano che onde e vento.”(Da La Comune, parte V, p.88)

E là, in Caledonia, trasforma la sua prigionia di sette anni in operosa costruzione di prospettive, riprendendo ad organizzare scuole per i figli dei deportati, per le ragazze, anche per gli indigeni Canachi, di cui impara la lingua e studia la cultura; fondando un giornale, appassionandosi a studi dal vivo sui costumi locali indigeni e sul mondo animale e vegetale (richiesti nientemeno che dall’Istituto Francese di Geografia!), mettendosi in contatti di grande partecipazione umana[iii] e di concreta solidarietà sociale con gli indigeni, come quando si schiera apertamente con la rivolta dei Canachi contro i francesi nel 1878.

E’ una donna che non lascia facilmente scivolare sulla pagina le sue emozioni più personali ed intime, ma che intuiamo probabilmente innamorata di Théophile Ferré, un rivoluzionario di primo piano della Comune, a cui scrive dal carcere, prima che lui sia fucilato a Satory: “A parte l’ansia che provo per voi, niente mi può ferire e loro lo sanno bene.”. Fin da giovanissima aveva comunque idee molto precise sul valore dell’essere donna e sul matrimonio, idee che la portarono a rifiutare drasticamente ogni proposta di sposarla; comunque mai per lei la lotta rivoluzionaria si dissociò dall’esigenza di vedere riconosciuta la propria forza di genere:

“Per le povere madri ci sono ben tante torture, moltiplicate dal matrimonio e dai legami di famiglia. Sì! bisogna allora essere nient’altro che combattenti. (…) coloro che mi avevano chiesto in matrimonio mi erano cari come fratelli al punto che è impossibile considerarli mariti. Dire perché non saprei davvero, come tutte le donne ho posto il mio sogno altissimo, oltre, tenendo conto della necessità di restare libera per l’epoca della lotta suprema. Ho sempre considerato come una prostituzione ogni unione in cui non ci fosse amore. (…) Per conto mio compagni, non ho voluto essere la minestra dell’uomo, e me ne sono andata attraverso la vita, con la vile moltitudine, senza donare schiavi ai Cesari. (…) se l’uomo regna facendo tanto rumore, è la donna che governa silenziosamente. Ma tutto ciò che si fa nell’ombra non vale niente. Questo potere misterioso, una volta trasformato in uguaglianza, farà sparire le piccole vanità meschine e i grandi inganni. Allora, non ci saranno più né brutalità del padrone né la perfidia dello schiavo. (…) Non bisogna separare la casta delle femmine dall’umanità. Non ci sono mercati dove le si vende, ma nella via, sulle vetrine dei marciapiedi, le belle figlie del popolo, mentre le figlie dei ricchi sono vendute per la loro dote. L’una la prende chi vuole, l’altra si dona a chi vuole. La prostituzione è lo stesso. (…) Lo schiavo è il proletario. Il più schiavo tra tutti è la donna del proletario. (…) I vostri titoli? Ah beh! Noi non amiamo gli stracci. Fate ciò che volete. E’ troppo rappezzato o troppo poco per noi. Ciò che vogliamo è la scienza e la libertà. (…) Che! Voi conoscete Louise Michel? (…) E’ una donna dopotutto! E questo è il colmo! Sì, solamente se si potesse deriderla un po’ dicendole che le donne otterranno i loro diritti richiedendoli agli uomini. Ma lei ha l’infamia di ribattere che il sesso forte è schiavo quanto il sesso debole, che questi non può donare ciò che non ha lui stesso” (Da Memorie, VII, p.132; IX, p.137, p.140-1; XII, p.144)

E’ sempre molto interessata e attenta alle altre donne che incontra nell’esperienza della Comune, o in prigione, o tra i Canachi, o nei rapporti personali. Siano figure veloci di passaggio, o madri di compagni, o prostitute che vogliono collaborare attivamente alla resistenza contro i Prussiani, o Maestre come Nathalie Lemel, è partecipe delle loro storie, delle loro scelte, delle loro sofferenze. Emblematica l’osservazione apparentemente oggettiva, ma che in realtà trasuda sofferta emozione, della vecchina con l’ampolla:

“(…) fummo arrestate. M.me A.L., io e una povera vecchina che stava attraversando la piazza per andare a cercare dell’olio, così da trovarsi nel mezzo della manifestazione. Non lasciava la sua ampolla. E quando sul nostro racconto e, soprattutto, per il suo aspetto sconvolto, testimone eloquente, la si lasciò andare, l’olio cadde sulla sua veste, tanto le sue mani tremavano.” (Da Memorie, XV, p.145)

Con la madre ha un rapporto allo stesso tempo conflittuale (forse perché la madre era cattolica credente e politicamente moderata, per cui non avrebbe voluto che lei si mettesse in tante situazioni di estremo rischio) e inesorabilmente d’amore. Se la porta sempre dietro fin che può, anche nella Parigi della Comune, si preoccupa costantemente, fin sulle barricate, di dove possa trovarsi, se le avrà dato ascolto a non muoversi di casa in certe situazioni, se sta bene, se… Fino a costituirsi ai repressori della Comune che l’hanno arrestata al posto suo. In attesa dell’imbarco per la colonia penale, la rivedrà ancora qualche volta, sempre preoccupata di farle arrivare qualcosa di utile alla sopravvivenza: “Avevo visto mia madre vecchia e mi ero resa conto per la prima volta che i suoi capelli erano diventati bianchi. Povera madre!” (Da Memorie, p.166). Quando in Caledonia sa dell’amnistia che le permetterà il ritorno in patria, il primo pensiero è di raggiungere la madre gravemente sofferente, prima che muoia: “Coloro che non conoscono i rivoluzionari pensano che essi non amino i loro cari, poiché li sacrificano sempre all’idea. In realtà, li amano ancora di più in tutta la grandezza del sacrificio.” (Da La Comune, parte V, p.90). Chissà se la sua continua esigenza di creare scuole, dove si metteva in gioco fino in fondo come ideatrice di nuovi metodi, istitutrice diversa, tesa ad educare alla libera espressione di sé, alla giustizia, all’uguaglianza, venisse più dal bisogno di sperimentare rapporti di formazione diversi da quello non facile vissuto con la madre,  che invece dal diploma di maestra conseguito. Certo è che quell’infanzia e giovinezza da romanzo ne hanno fatto un essere originalissimo e ricchissimo di sfaccettature quasi sempre eccezionali. Nasce in un castello, illegittima figlia del nobile rampollo Laurent Demahis e di Marianne Michel, che lavora ai servizi. I castellani nonni paterni l’accolgono con affetto, la nonna che le canta le favole celtiche, il nonno che l’accompagna con la chitarra. Le trasmettono sia le loro convinzioni illuministe che le favolose storie di “fieri cavalieri” che “venivano, come teatranti bizzarri, / a sedersi, presso i gotici focolari” o le storie oscure, durante le “sere nell’ombra”, coi “demoni, guerrieri, briganti,/ spettri e bohémien” e “mille fantasmi erranti”[iv], magari rivissute con Manette nella “tana magica di Vroncourt”, o “al ritmo degli arcolai, degli aghi per la maglia, mescolati al ronron del loro rumorino secco.”, magari mentre “la neve, la grande neve bianchissima, cadendo, si stendeva come un lenzuolo sulla terra” (Da Memorie, XVII, p.159). Fin da piccola, nelle sue scorribande per il villaggio, conosce da vicino la miseria, la fame, la rassegnazione, che non sa accettare, al punto da fare piccoli furti in casa –“denaro, quando ce n’era, perfino frutta, legumi…” – per donarli a nome dei suoi genitori. Aveva limato delle chiavi per aprire gli armadi, e lasciava bigliettini rivoluzionari al posto delle cose che prendeva. “Un anno, mio nonno mi propose 20 soldi a settimana se non avessi più rubato, ma pensai che ci avrei perso troppo.” (Ivi, p.161). Anche se, ormai, ha compreso che non è con la carità che si può dare il pane a ciascuno; non le piacciono e non rispetta i ricchi: “Allora mi venne in mente il comunismo.” (Ivi, p.162). Quando muoiono i nonni, lei e sua madre devono lasciare il castello, ma con una piccola eredità in denaro che permetterà loro di organizzarsi una vita nuova. Che include, tra le varie esperienze didattiche e politiche, lo stretto rapporto epistolare con Victor Hugo e la scrittura. Molto particolare. Spesso lanciata sulle alte punte retoriche della passione politica, dell’impegno sociale, ma qua e là capace di squarci di alta poesia. Come il ritratto del guardiano del cimitero, in Leggende e canzoni di gesta canache (p.93), o certi brani descrittivi del paesaggio, dell’oceano, o certi terribili cammei della realtà:

“Sotto la pioggia intensa dove, di tanto in tanto, alla luce di una lanterna che si sollevava, i corpi riversati nel fango apparivano sotto forma di solchi o onde immobili. Non un movimento nell’orribile distesa su cui l’impero della pioggia creava ruscelli. Si udiva il piccolo rumore secco dei fucili. Si intravedevano le scie luminose dei proiettili sgranati nel mucchio, uccidendo a caso.” (Da La Comune, Parte IV, III,dai bastioni a Satory e a Versailles. Un’immensa ecatombe, un sepolcro. Un covo. p.85)

Forse non tutti sanno la sua storia completa e molti – come a Parigi in questo centocinquantesimo anniversario è ridotta a logo della Comune –  la conoscono solo come rivoluzionaria. Per questo ho scritto.

E ringrazio Anna Maria Farabbi che, dalla lettura meditata di tutte le sue opere, ha voluto scegliere i brani che meglio potessero presentarla tutta intera, complessa, variegata, grande di idee proiettate nel futuro e di coraggiose scelte nel suo presente, figlia, nipote, amica, donna. E voglio ringraziare il coraggio e la generosità di editori come Lanfranco Binni e Raffaella Polverini: il primo per avere lanciato il lavoro ed averlo poi lasciato libero nell’impostazione di Farabbi, la seconda per avere preso il testimone da lui, non solo ripubblicando il testo ormai esaurito in una fiammante veste nuova, ma proponendolo in traduzione all’estero.

Riesco a vedere le facce tirate di quelli che la seguono nel corteo funebre: è un dispiacere vero, personale e politico; sanno che lei conosceva davvero la fatica, la miseria, l’oppressione della loro vita e non l’aveva mai messa da parte per dare spazio ai suoi di problemi. Il mondo nuovo che voleva era insieme a loro.  Ho imparato a riconoscerle, queste facce, che ritornano a ogni funerale rivoluzionario, magari attorno ai monumentali carri funebri dei cinque lavoratori caduti sotto i colpi dei carabinieri regi mentre erano a un comizio in piazza Grande a Modena, il 7 aprile 1920, per protestare contro un altro eccidio di 8 operai, poco lontano da lì, a Decima di S. Giovanni in Persiceto. O magari quelle facce che Carlo Lizzani filmò durante il funerale dei sei operai uccisi dalla polizia di Scelba davanti alle Fonderie di Orsi, mentre manifestavano contro i licenziamenti. Il 9 gennaio 1950. Anche le date ritornano. Lei morì il 9 gennaio di 45 anni prima. Ed era nata il 29 maggio del 1830. Un giorno dopo quel 28 maggio del 1871 quando finì l’esperienza straordinaria a cui lei aveva partecipato con tanto entusiasmo e coraggio, la Comune di Parigi. Chissà se a qualcuno di quei caduti modenesi gli stava girando per la testa la canzone: Non siam più la Comune di Parigi, che tu, borghese, schiacciasti nel sangue, non più gruppi isolati e divisi…

*

[i] Parole di Anna Maria Farabbi, che ha curato la preziosa cernita dei testi di Louise Michel in è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, edito da Il Ponte Editore, Firenze, 2017 e riedito da Al3vie di kabaedizioni, Trivolzio (PV) 2021. Parole della presentazione appunto dei brani tratti dal Libro di Herman, quando sembra quasi che la curatrice-poeta stia indicando le linee portanti della propria poetica, come azione di vita e di scrittura. Certamente le due donne hanno straordinari punti di contatto, tanto da poterle vedere, a volte, una specchio dell’altra.

[ii] “Cercare il suo cuore, farsi amare come è nelle sue possibilità. Tutto dipende da questo.” p.35

[iii] Quando partirà da Noumèa per tornare in Francia, sarà molto doloroso il distacco dai Canachi. Aveva aperto una scuola “all’interno delle tribù” e gli indigeni le dicono “con amarezza” che sanno che lei non tornerà più, anche se lei continua a ribadire che, invece no, lei ritornerà. Non per ingannarli, dice. “Non distolsi da loro lo sguardo fin quando potei, poi piansi anch’io.” (Da La Comune, parte V, p.90)

[iv] Da Opere postume, poesia Alla mia nonna, pp.123-4

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Al3viE sarà presente alla fiera Trovautore a Fuggi. 16-17-18 luglio.

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Libro consigliato: “Louise Michel, è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”

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Dopo la prima pubblicazione arriva un’importante coedizioni tutta al femminile

Il canto dell’altalenal’oscillazione della figura tra il gioco e il mito di Anna Maria Farabbi uscirà a fine giugno e segnerà la nascita di un’importante e speciale collaborazione fra Al3vie e la casa editrice Pièdimosca.

Riportiamo alcune righe scritte dall’autrice sul blog CasaMatta e tratte dal libro.

Cassandra

La sua bellezza pulsa attraente se non fosse che fin da bambina parla, significando le parole in una lente d’ingrandimento che attraversa il petto delle creature.  E’ la perentorietà salda della sua voce che colpisce, ammonisce dalla fuga della realtà. La sua identità nitida, non affiancata, non amata nel senso più profondo del termine, da madre padre fratelli, non si intreccia a amante, esclude la maternità. Vocata a mantenere la sua tensione salvifica, vive tragicamente la parresìa. Quel senso femminile della cura, della responsabilità, dell’eredità comunitaria, la tatua fino alla morte. E’ il suo eccesso prezioso irriducibile che, malgrado ogni suo sforzo, mai è ascoltato, mai salva ma allontana, fa fuggire da lei. L’ottusità degli esseri umani mai impara, ma evade e semplifica e uccide la grilla parlante.

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Rassegna della Micro Editoria

La Rassegna della Microeditoria Italiana e’ una tre giorni di cultura a tutto tondo e un’immersione nel fascino liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, a Chiari (Brescia).

Al3vie sarà presente nello stand collettivo dell’Associazione Adei.

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ANNA MARIA FARABBI RACCONTA LOUISE MICHEL IL 26 GIUGNO A ROMA

da La città delle donne

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Roma e Zazie nel metrò ospiteranno la presentazione del libro su Luise Michel

SABATO 26 GIUGNO 2021 DALLE ORE 18:00 da Zazie nel metrò -Baretto de quartiere, in via E. Giovenale 16, nel cuore del Pigneto a Roma. presentazione del libro:
“Louise Michel.
È che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”
a cura di Anna Maria Farabbi.
Al3vie per kaba edizioni.
Saranno presenti l’autrice e l’editora.

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Estate: poesia e rivoluzione

di Gisella Blanco

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Il libro su Louise Michel, nella versione francese, è ora disponibile alla Librairie Publico a Parigi

https://www.librairie-publico.com/spip.php?article3175&fbclid=IwAR06XbFdpAceXD2w66qUY_IJZ6MiyHb7JBNOpW5gYuh2_uzMVMG9YLLJ6ag

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“Le ragazze trasparenti” di Rosa Colella

Sento doverosa ed urgente, da parte mia, una riflessione, sul libro presentato e sull’assemblea pubblica, in videoconferenza, organizzata dal “Venerdì libertario”, il 7 maggio 2021, un’assemblea che è stata molto partecipata, introdotta da Salvatore Caggese e dalle note de ‘La Danse Des Bombes’. Proseguita con il dialogo tra me e l’autrice del testo, Anna Maria Farabbi che più volte ha ribadito la necessità di schiodare Louise Michel dal muro della Comune, nonostante lei vi abbia ampiamente partecipato, con un grande apporto critico, non la si può ridurre ad essa. Bisogna aprire la finestra sul vasto respiro del suo agire e del suo
pensiero, pienamente riconosciuti dai suoi contemporanei.
Mi piace pensare, che questo dialogo/intervista, con la partecipazione di tanti Compagni, alcuni dei quali sono intervenuti con osservazioni e considerazioni, abbia lasciato dei semi o perlomeno degli interrogativi sul modo di fare politica, oggi, sulla necessità di pensare al “Noi”.
“Non ha paura della morte dell’io. Ha paura della morte del Noi.”
“La primavera ventura/come un sole che sbircia/timido e fulgido/i meandri della mente/s’intravede “ e il compagno Salvatore Caggese propone di presentare, il 7 maggio 2021, per un incontro del ‘Venerdì Libertario’, un testo, su uno dei personaggi più significativi della seconda metà dell’ 800, Louise Michel (Vroncourt-la-Côte, 29 maggio 1830 – Marsiglia, 9 gennaio 1905) dal titolo: “Louise Michel è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”.
È un’opera a cura di Anna Maria Farabbi. Una prima riedizione, uscita il 18
marzo 2021, che celebra i 150 anni della Comune e inaugura la nuova casa
editrice AL3viE, un marchio Kaba Edizione, un nuovo coraggioso, dati i tempi, progetto editoriale di Raffaella Polverini. Il libro, nel 2017, è stato pubblicato per “Il Ponte editore” ed è transitato in un nuovo “giardino” per incontrare altri viandanti. È sempre un bene battere nuovi sentieri, facendosi largo nella boscaglia non ancora esplorata, per giungere a nuovi e luminosi traguardi della conoscenza, ora più che mai nei tempi decadenti che viviamo vedendo i quali una rediviva Louise Michel, probabilmente avrebbe detto: “ nero destino che fai tu del mio gigantesco sogno?”
La lettura delle pagine di “Louise Michel è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica” pone, disarmatɘ, di fronte sia al candore adolescenziale di Louise, sia alla fierezza di pensiero della donna mai doma, che tanto fece, fu insegnante, giornalista, femminista, comunarda, anarchica, cultrice di scienza e geografia. Subì processi, carcere e deportazione. L’autrice ci dipana così appassionatamente il personaggio che, a volte, pare di avvertirlo, nelle varie gradazioni, quel suo sguardo fiero davanti aglɘ alunnɘ, ai compagnɘ, ai giudici, al suo grande e voluto afflato verso l’umanità tutta, soprattutto quella che respinta ai bordi della società dai ‘potenti’ e governanti, a tutti gli esseri che popolano il pianeta, vegetali e animali. È, lei, fermamente convinta che la “società sia un unico corpo organico, dentro cui ogni vita, vegetale, animale, minerale che sia,
ha diritti di esistenza, per il cui rispetto è necessario combattere” e che “l’artista e lo scrittore, hanno una missione sociale da compiere e l’opera deve essere un’azione e il romanzo deve essere scritto in un linguaggio semplice e accessibile al popolo”. Sono intenti perseguiti per tutta la sua vita di rivoluzionaria, restando la donna dai due paesaggi, dalle due vite, antica nel nitore dell’animo che rompe ogni schema. Maestra di pensiero contemporanea, come ce la restituisce l’Autrice, nel reclamare la conoscenza come priorità dell’essere umano, senza alcuna distinzione di genere e censo. La donna dai due paesaggi che hanno caratterizzato
la sua esistenza: l’accoglienza della selvaggia e misteriosa Alta Marna e l’azione politica in buona parte del mondo.
Le sue parole sono state distillate e nel libro e nel dialogo durante il dibattito della videoconferenza, da Anna Maria Farabbi, scegliendole dall’ampia produzione letteraria della “Lupa Rossa” per tutti i presenti e coloro che volessero approcciarsi a Louise Michel, come preziosi cammei rappresentativi della sua produzione e poetica e narrativa. Sono un insieme di parole accompagnate da note e da un’introduzione, un saggio, dal tagliente ed ottimo sguardo critico, che, unite ad una traduzione puntuale e puntuta, mai tradimento ma traghettamento, riescono a portare, il più possibile, ”tutta l’acqua di Louise” al lettore, “con la consapevolezza di rovesciarne un terzo” e realizzando la dichiarazione di intenti: “Ho creduto necessario portare questo fuoco femminile in Italia, peraltro ancora troppo poco conosciuto, quanto mai attuale e stimolante in un clima di confusione, decadenza e svilimento generale”.
Ringrazio Salvatore di avermi dato l’occasione, affidandomi la presentazione di “Louise Michel è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”, di entrare nella vita di donne come Louise e Anna Maria capaci di reagire, di essere rivoluzionarie e combattenti, portatrici di una poetica e una scrittura civile e di testimonianza, che sia di stimolo per pensare la collettività, la dimensione preferita da Louise Michel, per una società in cui sia necessaria una rivoluzione sociale, che non abbia l’obiettivo di raggiungere il potere ma l’abolizione di tutti i poteri, da perseguire con l’azione comune di tutti, senza distinzione di genere o
razza.

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AROUND THE WEB

Dal sito Anti Government

Louise Michel, power it is indeed cursed and that’s why I’m an anarchist.

AL3viE announces new English translation of recent book about Louise Michel.

“Louise Michel: power, it is indeed cursed and that’s why I’m an anarchist” by Anna Maria Farabbi. Translation by Luisa Taz Harris

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Diario News Presentazioni

Domenica 23 maggio all’Anfiteatro Parco Chico Mendez di Perugia verrà presentato il libro su Louise Michel. Evento organizzato da CRX e dall’Ass.ne Culturale Arrivo

Domenica 23 maggio ore 16 presso l’Anfiteatro Parco Chico Mendez – Perugia, CRX e ARRIVO presentano il libro Louise Michel, è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica attraverso la voce di Anna Maria Farabbi.

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LOUISE MICHEL, POWER IT IS INDEED CURSED AND THAT’S WHY I’M AN ANARCHIST

https://anarchistnews.org/content/louise-michel-power-it-indeed-cursed-and-thats-why-im-anarchist
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Due grandi anarchiche femministe: Louise Michel ed Emma Goldman. Su Radio Popolare nel programma Sui Generis

La puntata del 19 aprile 2021 è stata dedicata a due grandi anarchiche femministe: Louise Michel ed Emma Goldman. Anna Maria Farabbi, curatrice del libro “È che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”, Al3vie edizioni, ci fa un ritratto completo di Louise Michel, della sua personalità, del suo pensiero, della sua scrittura; nella seconda parte di trasmissione, ci avviciniamo a Emma Goldman attraverso alcuni suoi scritti, letti per noi da Marta Marangoni del Collettivo Amleta; l’artista scelta oggi da Clarice Trombella per la sua rubrica musicale è la grande cantante blues Ma Rainey.

Per ascoltare il podcast della puntata:

https://www.radiopopolare.it/trasmissione/sui-generis/
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Louise Michel, la “grande dama francese dell’anarchia”

Dalla pagina Facebook de Il Venerdì Libertario

Louise Michel, la “grande dama francese dell’anarchia”. E Maria Farabbi ce la racconta. “Ho creduto necessario portare questo fuoco femminile in Italia, peraltro ancora troppo poco conosciuto, quanto mai attuale e stimolante in un clima di confusione, decadenza e svilimento generale”.

https://www.remocontro.it/…/e-che-il-potere-e…/
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Louise Michel. Da Remocontro sito aperto sui fatti del mondo. Politica estera, analisi, geopolitica. Firmato Francesca De Carolis

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Louise Michel. Prima pubblicazione per la collana Mare.

Louise Michel

è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica

Disponibile dal 18 Marzo in formato cartaceo e ebook, anche in francese e a breve in inglese

Al3viE porge il suo primo lavoro, il libro Louise Michel, è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, con un progetto internazionale, il testo è stato tradotto in francese e in inglese, e con una testimonianza etica importante che irradia più fronti, dal sociale, all’artistico, all’antropologico.

In questa opera, una prima riedizione che continua l’importante lavoro fatto nel 2017 dalla casa editrice Il Ponte editore, la poetessa Anna Maria Farabbi, curatrice della stessa, presenta un ritratto completo di Louise Michel, della sua personalità, di tutta la sua estensione artistica, del suo pensiero, della sua scrittura: la narrativa, le poesie e i carteggi con Victor Hugo e la madre.

Un capitolo è stato dedicato all’esperienza vissuta da Louise Michel nella Comune francese, movimento rivoluzionario popolare che sconvolse la Francia nel 1871 e di cui si celebreranno il 18 marzo 2021 i 150 anni.

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Nasce Al3viE

Nasce oggi lunedì 15 marzo la casa editrice AL3viE, marchio Kaba edizioni. Il momento storico è particolarmente difficile e ancora più sentito, forse, è il bisogno di guardare oltre con fiducia e con il desiderio di un forte impegno sociale.

Un progetto di viandanza che si apre alla narrativa, alla saggistica, alle traduzioni e alla poesia. Diramando in paesi anglofoni e francofoni, nel cartaceo e nel digitale le vie scelte.

Perché il 3

Alcune pubblicazioni saranno disponibili:

  • nella versione cartacea e nel formato digitale eBook e audio-eBook (testo e voce, voce e musica). I contenuti multimediali audio e video saranno scaricabili dal nostro sito anche per chi acquista il libro o l’ebook classico.
  • in italianoinglese e francese.
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“Il canto dell’altalena”, il nuovo lavoro di Anna Maria Farabbi

da I tesori dell’Umbria

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La mia nota su Louise Michel, tradotta e curata da Anna Maria Farabbi.

di Gisella Blanco