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‘Tessiture’, opera personale e insieme corale. Intervista all’autrice Raffaella Polverini.

‘Tessiture’, opera personale e insieme corale. Intervista all’autrice Raffaella Polverini Noi Donne

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“Tessere, per me, significa riconoscere che non esiste una storia completamente individuale. Siamo dentro una trama di relazioni, di presenze e anche di compresenze…”

di Loredana Cornero

Domenica, 13/09/2026

Ci sono gesti che la storia ha relegato alla sfera del domestico e del femminile: cucire, ricucire, intrecciare, conservare, prendersi cura. Gesti considerati minori proprio perché associati alle donne e a un lavoro spesso invisibile e non riconosciuto.

In “Tessiture”, Raffaella Polverini trasforma questi gesti in una pratica artistica e politica. Tessuti, fili, carte, pigmenti e parole diventano strumenti per interrogare la memoria, le relazioni, la violenza, la cura e la possibilità di costruire comunità diverse. Nel libro dialogano esperienza personale e pensiero, arte e poesia, con una particolare attenzione alle genealogie femminili.

Un’opera personale e insieme corale, nella quale le vicende dell’autrice dialogano con quelle di donne e uomini che hanno interrogato il potere, la storia, la cura, la spiritualità e le possibilità di costruire comunità. Tra le figure che attraversano il progetto ci sono Hannah Arendt, Silvia Federici, Maria Gimbutas, Simone Weil, Anna Maria Farabbi, Maria Lai e Aldo Capitini.

Ma tessere non significa soltanto unire. Significa anche scegliere cosa salvare, cosa lasciare andare, quali fili spezzare e quali ricominciare a intrecciare. In Tessiture, il filo diventa così anche una metafora del suo percorso: unire persone, saperi, linguaggi e storie per costruire relazioni là dove esistono separazioni.

Raffaella Polverini partiamo dal titolo. Perché “Tessiture”? E che cosa significa, per una donna, tessere la propria storia insieme alle storie delle altre?
Tessiture nasce innanzitutto da un gesto concreto: unire, cucire, legare materiali differenti. Ma molto presto mi sono accorta che quei fili stavano facendo qualcosa di più. Stavano tenendo insieme la mia storia, le persone incontrate, le letture, le esperienze, il lavoro editoriale, le ferite e le possibilità che hanno attraversato la mia vita.
Tessere, per me, significa riconoscere che non esiste una storia completamente individuale. Siamo dentro una trama di relazioni, di presenze e anche di compresenze. Ci sono persone che continuano ad abitare la nostra vita attraverso quello che ci hanno insegnato, scritto, mostrato.
Per una donna questo ha anche un significato politico. Per molto tempo ci è stato chiesto di pensare la nostra storia come qualcosa di privato, marginale, domestico. Tessere la propria storia con quella delle altre significa invece riconoscere una genealogia, sapere che prima di noi altre donne hanno pensato, lottato, creato, disubbidito, curato, scritto. E che possiamo continuare quel filo senza dover ricominciare ogni volta da sole.

Nel libro scrivi della necessità di “rovesciare un fare e un sapere patriarcali e violenti”. È forse questa la domanda politica centrale di “Tessiture”: come si rovescia un sistema senza riprodurne le stesse logiche di dominio?
È probabilmente una delle domande più difficili. Credo che non basti cambiare chi occupa il luogo del potere se il modo di esercitarlo rimane identico. Rovesciare un sapere patriarcale significa mettere in discussione prima di tutto le categorie con cui siamo abituati a pensare: superiorità e inferiorità, vincitore e vinto, centro e margine, forza e debolezza.
In “Tessiture” provo a lavorare esattamente sul contrario: sulla relazione, sull’ascolto, sull’interdipendenza, sulla vulnerabilità, sulla cura. Non significa rinunciare al conflitto o alla responsabilità. Significa non trasformare il conflitto in sopraffazione.
Anche i materiali del progetto raccontano questo: ciò che può sembrare scarto, fragile, inutile, viene ricomposto e rigenerato. La differenza non viene cancellata per creare uniformità: è proprio la differenza a rendere possibile una nuova forma.

La cultura patriarcale ha spesso separato ciò che considera “alto” da ciò che considera domestico, manuale, femminile. Tu metti insieme arte, tessuto, cucitura, scrittura, memoria e pensiero. È anche un modo per restituire valore a saperi che sono stati storicamente marginalizzati perché associati alle donne?
Sì, certamente. Ma vorrei evitare anche il rischio di trasformare questi gesti in una nuova gabbia femminile. Cucire, tessere, ricamare, prendersi cura sono stati spesso considerati lavori minori perché praticati prevalentemente dalle donne e dentro lo spazio domestico. Io provo a portarli altrove, a mostrarne la forza conoscitiva, creativa e politica. Insieme a Barbara Pavan, curatrice indipendente e critica d’arte specializzata in Fiber Art e arte tessile contemporanea, abbiamo dato vita a un blog dedicato all’arte tessile pubblicando un Atlas trimestrale bilingue, un vero e proprio atlante internazionale che accoglie artiste e artisti che usano spesso questo linguaggio per veicolare pensieri, valori, memoria, atti di resistenza. Le mani sono centrali in “Tessiture”. Sono mani che lavorano, modellano, sporcano, costruiscono. Possono accogliere, curare e unire, ma possono anche respingere, distruggere e fare violenza. Per questo il gesto manuale non è per me decorazione: è una forma di pensiero.

Una genealogia non è soltanto un elenco di maestre. È anche un modo per non sentirsi sole. Quali donne hanno rappresentato per te una forma di “compresenza”, per usare il termine caro ad Aldo Capitini?
Sono molte e appartengono a tempi, luoghi e linguaggi differenti. La prima fra tutte è sicuramente mia madre. Solo nel vuoto della sua assenza, è morta molto giovane, ho compreso negli anni la pienezza dei suoi insegnamenti, la cura, l’attenzione verso gli altri e le altre, l’arte come linguaggio, la disponibilità, la serietà nel lavoro e nelle relazioni.
Alcune donne le ho incontrate attraverso i libri come Adriana Zarri, Simon Weil, Etty Hillesum, Maria Lai, Silvia Federici, Maria Gimbutas, altre attraverso il lavoro, e qui ringrazio con infinita gratitudine Anna Maria Farabbi che con la sua presenza,fondamentale nel mio percorso umano, editoriale e poetico, ha illuminato la mia via permettendomi di comprendere la forza e il valore delle compresenze. Pubblicare le sue opere e collaborare con lei mi ha consentito di arrivare a una pratica lavorativa e umana nella quale unire i fili del passato con il presente per esserci, più consapevolecome donna e come editora, in questo oggi così complicato. Insieme abbiamo dato vita a una collana dedicata alla poesia di cui lei è direttrice e curatrice, in una coedizione unica, che abbraccia anche la saggistica e la narrativa, con la casa editrice Pièdimosca di Elena Zuccaccia.Siamo tre donne di età differenti, unite da valori condivisi. Questa tessitura è un vero e proprio passaggio di saperi che alimenta non solo una formazione permanente, ma anche un modo di essere e un modo di fare editoria.
Anna Maria Farabbi ha scritto per NoiDonne e con Antonella Anedda ha creato la sezione dedicata alla poesia. Ha quindi continuato negli anni, con coerenza e generosità, questa sua opera di tessitura.
Tornando alla “compresenza”, in questo senso mi è molto caro il termine di Capitini, alcune persone, anche quando appartengono a un altro tempo o non sono fisicamente con noi, continuano ad agire nel nostro presente.

Nel libro la parola “cura” ritorna con forza. Ma la cura è stata per secoli attribuita alle donne e spesso trasformata in un loro dovere. Come possiamo distinguere una politica della cura dalla semplice riproposizione del ruolo femminile di cura?
La differenza è fondamentale. La cura non può continuare a essere un destino assegnato alle donne.
Per secoli è stato chiesto loro di occuparsi degli altri gratuitamente, silenziosamente, spesso rinunciando a sé. Questa non è una politica della cura: è una distribuzione ingiusta del lavoro e della responsabilità.
La cura diventa politica quando smette di essere un compito femminile e diventa una responsabilità collettiva. Cura delle persone, dei corpi, delle fragilità, delle disabilità, delle relazioni, dell’ambiente, della comunità.Questo significa anche riconoscere che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti. Nessuno si salva completamente da solo.

Quanto è importante, nella tua esperienza, riconoscere le proprie maestre? E perché spesso le donne fanno ancora fatica a nominare pubblicamente le donne dalle quali hanno imparato?
È importantissimo perché nominare una Maestra significa riconoscere che il nostro pensiero non nasce nel vuoto.
La cultura ci ha abituate a genealogie quasi esclusivamente maschili. Molte donne hanno studiato uomini, citato uomini, riconosciuto uomini come autorità, mentre il sapere prodotto dalle donne rimaneva più facilmente laterale o invisibile.
Nominare le proprie Maestre è quindi un atto di gratitudine, ma anche un atto politico. Significa ricostruire una continuità.
Tessiture nasce anche da questo desiderio: ricordare e ringraziare chi mi ha insegnato «un vivere, un amare, un essere aperti all’aperto, in accoglienza», e chi mi ha mostrato modi differenti di scrivere, lavorare e stare insieme.

Nel tuo percorso editoriale hai dato spazio alla poesia, al pensiero di genere, alla spiritualità e a forme di scrittura non necessariamente riconducibili ai circuiti culturali dominanti. È una scelta politica anche quella di decidere quali voci pubblicare?
Sì. Ogni scelta editoriale è anche una scelta politica, perfino quando non si dichiara tale. Se oggi posso rispondere con questa certezza e posso fare determinate scelte devo, con onestà, ringraziare chi nutre questa esperienza editoriale. Di nuovo gli incontri e le tessiture.
Curo il blog culturale CartaVetro e dal prezioso lavoro della redazione ho imparato moltissimo, grazie alle voci, alle scritture e alle esperienze di donne come Nella Roveri, del Giardino delle Beghine di Mantova, Milena Nicolini, poeta, scrittrice, critica letteraria e autrice teatrale, e la stessa Anna Maria Farabbi.
Pubblicare significa scegliere a quali parole offrire spazio, tempo, attenzione e possibilità di circolazione. Nel mio lavoro editoriale, iniziato nel 2009 e cresciuto negli anni attraverso la progettazione culturalee la costruzione di reti internazionali, cerco, e anche grazie a queste collaborazioni incontro, scritture capaci di attraversare i margini, interrogare il pensiero dominante e tenere insieme letteratura e vita.

Essere editora significa anche esercitare un potere: scegliere chi viene pubblicato, quale storia diventa visibile, quale linguaggio trova spazio. Come vivi questa responsabilità?
La vivo sapendo che il potere esiste e che negarlo sarebbe pericoloso e sciocco.
Un’editora sceglie. Decide cosa pubblicare, cosa non pubblicare, quanto investire su un libro, come raccontarlo, a chi farlo arrivare. È quindi una responsabilità enorme.
Provo a trasformare questo potere in servizio e in relazione. Non sempre ci riesco, naturalmente, ma è la direzione che seguo e credodi avereancora molto da imparare.
I libri non sono solo un prodotto da immettere nel mercato. Sono il frutto di un incontro tra chi scrive, chi pubblica e chi legge. E quando questa connessione funziona può generare risonanze che non appartengono più né all’autrice né all’editora.

Nel tuo progetto la pace non sembra essere semplicemente l’assenza di guerra, ma una pratica quotidiana fatta di relazioni, ascolto e responsabilità. Possiamo parlare di una “politica della pace” a partire dalle relazioni?
Assolutamente sì. Anzi, per me la pace comincia proprio lì.
La pace non è soltanto il contrario della guerra. È una postura. È il modo in cui guardiamo l’altro, esercitiamo il potere, attraversiamo un conflitto, utilizziamo le parole, distribuiamo le risorse, riconosciamo o neghiamo dignità.
In Tessiture ritorna continuamente l’idea di costruire comunità possibili e di pensare una politica capace di curare il benessere di tutti e tutte, soprattutto delle persone più fragili, marginalizzate e dimenticate.
Per questo alla fine scrivo: Tessiture… Tessiture per la pace.
La pace, se rimane soltanto una parola pronunciata durante le guerre, arriva troppo tardi. Bisogna costruirla molto prima, nelle relazioni quotidiane.

Il femminismo contemporaneo è attraversato da differenze profonde: generazionali, sociali, culturali, economiche. Qual è la differenza che oggi il femminismo deve imparare ad ascoltare meglio?
Direi tutte le differenze che rischiamo di osservare soltanto dal nostro punto di vista.
Le differenze economiche, culturali, generazionali, geografiche; le esperienze delle donne migranti, povere, con disabilità, delle donne che vivono condizioni di marginalità. Ma anche le differenze di pensiero. Femministe come bell hooks ne hanno parlato già negli anni ’70. Oggi usiamo termini come intersezionale e parliamo di femminismi. La grossa difficoltà però, soprattutto per me che non appartengo a nessun gruppo, è trovare spazio, apertura, messa in discussione e vero ascolto.
Un femminismo capace di ascoltare non dovrebbe pretendere di produrre una voce unica. Dovrebbe sapere costruire una trama nella quale fili diversi rimangano riconoscibili.
L’uguaglianza non coincide con l’omologazione. È la possibilità di stare insieme senza cancellare la differenza.

Vorrei chiudere tornando al filo. Se potessi scegliere un unico filo da lasciare alle donne più giovani che leggeranno Tessiture, quale sarebbe?
Il filo della relazione.
Direi loro di aprirsi all’incontro, di nutrire la propria mente e il proprio spirito continuando a leggere e studiare, mantenendo viva la curiosità e anche la capacità di mettersi in discussione.
L’autonomia è importante, ma nessuna vita è autosufficiente. Abbiamo bisogno delle altre e degli altri, delle Maestre, delle amiche, delle persone che ci contraddicono, di chi è venuto prima di noi e di chi verrà dopo.
Il filo può rompersi. Può annodarsi. Può anche essere necessario tagliarlo quando una relazione diventa violenta. Ma possiamo sempre scegliere quali fili riprendere e quali nuove tessiture costruire.
Perché è nell’intreccio, non nell’isolamento, che per me nasce la possibilità di un mondo diverso.

Editora, autrice, artista ed esperta di laboratori di editoria creativa, Raffaella Polverini lavora da anni all’incrocio fra scrittura, editoria, arte e pratiche culturali.
Nel 2009 fonda Kaba Edizioni, casa editrice dedicata soprattutto all’infanzia e all’adolescenza; nel 2021 dà vita ad Al3viE, progetto editoriale rivolto al pubblico adulto e aperto alla narrativa, alla poesia e alla saggistica, con particolare attenzione al pensiero di genere, alla spiritualità, alla politica, alla storia, alle disabilità e ai temi sociali.
È autrice di libri per bambine, bambini, ragazze e ragazzi, tra cui Il sogno di Bilù, Il cugino Roxio, Un nuovo gioco, La scuola è finita! e Interior device. Con Tessiture porta invece al centro il dialogo fra parola, poesia, memoria e arte tessile, in un’opera che intreccia esperienze personali e collettive.
Cura inoltre CartaVetro, blog culturale dedicato alla scrittura e alla cultura, TXtileZine, progetto dedicato alla Fiber Art, Leggimileggi, spazio partecipativo che raccoglie testi, poesie, recensioni, audio e contributi di lettrici e lettori e il blog di attualità L’obbiettivo.
Il suo percorso è segnato anche dalle esperienze vissute all’estero, tra Londra, Montréal, Acapulco, Sacramento e San Francisco, che hanno contribuito alla costruzione di una pratica culturale fondata sull’incontro e sulla creazione di connessioni oltre i confini geografici e disciplinari. Alcune sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue e suoi lavori sono comparsi in pubblicazioni collettive internazionali.

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La deposizione del mattinp

La Collana Arca, diretta e curata da Anna Maria Farabbi, accoglie “La deposizione del mattino” di Annalisa Ballarini. Una coedizione Al3vie e Pièdimosca edizioni.

Vai a dire alle stelle per me

per i miei occhi, per la mia bocca
quel che è bene, che ancora non so
anche se scritto sulla mia fronte.

Qui hanno corrotto la notte,
ma tu quel che è vero, se sai,
vai a dire alle stelle per me
come ai grani di un rosario
– per i miei occhi, per la mia bocca

È la poeta che dimora sul ciglio del mondo, nella solitaria officina interiore della sua amare/zza modulata in canto. È nella sua lentissima arte di scegliere i corpi delle parole ritmandoli al vuoto e allo scocco del suono. Annalisa Ballarini torna dopo anni a esporre la sua tavola acustica, la sua poesia escatologica, dove gli spartiti delle stelle sono leggibili e suonano. Essere poeticamente nel cuore grandinato consapevole dell’orchestra in atto.

anna maria farabbi

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Il labirinto del Bagatto a Festival di Todi

Presentazione de Il labirinto del Bagatto

Mercoledì 2 settembre, alle ore 18.00, nella suggestiva cornice di Piazza del Popolo a Todi, il Todi Festival ospita la presentazione del libro Il labirinto del Bagatto di Tiziana Buonfiglio, edizione Al3vie.

L’incontro si terrà presso il Meeting Place, nel cuore del centro storico di Todi, una delle piazze medievali più rappresentative dell’Umbria, circondata da alcuni degli edifici simbolo della città.

L’autrice dialogherà con il Sindaco di Todi Antonino Ruggiano e con Michele Bellucci, giornalista de Il Messaggero, per attraversare i temi e le suggestioni del libro e accompagnare il pubblico all’interno del particolare universo narrativo de Il labirinto del Bagatto.

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Tessiture a Roma

Martedì 1 settembre, ore 19.00
BiblioBar, Lungotevere Castello, Roma

Raffaella Polverini, in dialogo con Sandra Pranzo Giuliani, attraverserà Tessiture, un’opera in cui parola, materia, memoria e relazioni si intrecciano alle vite di donne e uomini impegnati nella costruzione di comunità, nella cura e nella ricerca di forme possibili di cooperazione.

Tessiture nasce dal desiderio di raccontare, a partire dall’esperienza personale e dal lavoro editoriale, incontri, maestre e maestri, presenze e pensieri che hanno contribuito a costruire uno sguardo più consapevole sul passato e sul presente.

Raffaella Polverini e Sandra Pranzo Giuliani, attraverso la propria voce, il proprio lavoro, l’impegno sociale e la propria postura hanno scelto e scelgono di portare con sé e rendere visibile anche l’opera delle altre e degli altri.

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La via del poco

La via del poco di Anna Maria Farabbi.

Collana Arca. Al3vie in coedizione con pièdimosca edizioni

Festival Il mondo nuovo, Roma

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Entrando nel processo di curatela della Colla di poesia Arca: scelte politiche e culturali

Lunedì 6 luglio alle ore 18, a Roma, nell’ambito del festival “Il mondo nuovo”, Anna Maria Farabbi, Elena Zuccaccia e Raffaella Polverini tracceranno il cammino che ha dato vita alla Collana Arca.

“La collana Arca nasce con un’identità marginale, nell’accezione profonda: è stata concepita per dimorare a margine proprio per la sua radicale, atipica, natura.

Mi è stata consegnata la responsabilità di questa proposta editoriale e l’assumo come progetto immerso nella poesia, non solo nella sua offerta di catalogo, ma per la sua sostanza caratteriale. …”

Con questa lettera, da leggere integralmente (https://www.al3vie.com/collane/arca/), la poeta Anna Maria Farabbi ha segnato la via di un progetto unico, in coedizione tra Al3vie e pièdimosca. Una rara esperienza di cooperazione editoriale e culturale.

La sua identità è volutamente marginale, radicale e atipica, fondata su una scelta di qualità più che di grandezza.

Curata dalla stessa Anna Maria Farabbi, porta un filo femminile e un pensiero di genere dentro il mercato editoriale. Accoglie poche opere, una o due all’anno, secondo una misura essenziale: la poesia chiama al poco.

È un’arca minima e arcaica, che salva e restituisce alla comunità voci poetiche necessarie.

Titoli pubblicati: “La via del poco” di Anna Maria Farabbi, “Stellezze” di Paola Febbraro, “Splende il fuoco bianco della parola” di Stelio Carnevali, “la volpe dell’insonnia: a spizzata” di Saragei Antonini. In uscita l’opera di Annalisa Ballarini.

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L’opera su Kate Chopin alla Fiera Fogli(e)

Venerdì 19 Giugno alle ore 16.30, in apertura della seconda giornata della Fiera Fogli(e), Anna Maria Farabbi porterà la sua opera su Kate Chopin (Al3vie in coedizione con Pièdimosca).

Lasciamo che siano le parole di Anna Maria Farabbi ad essere un viatico per questo importante lavoro umano, politico e culturale.

“Mettere a fuoco opere e personalità di eccellenza qualitativa, con potente originalità e forza eccentrica, eversiva, libera da canoni e retoriche è, lo credo fermamente, un dovere civile, politico, artistico. Nel corso dei miei studi, la mia attenzione si è concentrata prevalentemente su artiste che, nel corso dei secoli, hanno in modi diversi ma totalizzanti subìto ingiustizie di emarginazione, sottovalutazione, svalutazione, perfino cancellazione. Mai è un caso quando si verifica un atto di femminicidio intellettuale […].

KATE CHOPIN ha inciso il suo pennino nelle croste malate della quotidianità sociale e relazionale, soprattutto nelle carie della comunità, in quelle radici che precludono alla donna diritti e opportunità.”

Fogli(e) in Fiera

Ex Dogana via dello scalo di San Lorenzo 10, Roma

Orari di apertura della Fiera

Giovedì 18: 16:00 – 21:30
Venerdì 19: 16:00 – 21:30
Sabato e domenica: 11:00 – 21:30

@festa_della_lettura @foglieinfiera @iltalentodiroma @municipioroma2

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Fogli (e) in fiera

Kaba edizioni – Al3vie sarà presente a Fogli (e) in fiera dal 18 al 21 giugno – Ex Dogana – Roma.

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Maria Gabriella Canfarelli su Saragei Antonini e La volpe dell’insonnia: a spizzata

Nota di lettura di Maria Gabriella Canfarelli

Tra le voci della poesia contemporanea, la voce di Saragei Antonini è tra le più singolari. Dall’esordio a oggi i suoi testi mettono in luce il lato nascosto delle cose, degli oggetti di utilità (un bottone non va stretto/vive di una linea di cuore/l’asola che lo aspetta a occhi chiusi) che sembrano vivere di vita propria. Va subito detto che la scrittura di Antonini presenta guizzi, impennate, visioni, percezioni, spostamenti visivi generati da una meditazione ricca di accostamenti e paragoni inusitati. Così ne La volpe dell’insonnia: a spizzata (piédimosca, 2025), la voce interiore si fa discorso e strada per spezzare le pareti domestiche, la condizione insonne con la veglia notturna febbrile sino all’arrivo di un nuovo giorno, frazione di tempo che per l’autrice è anche progressivo avvicinarsi al sentimento della morte, momento definitivo, la morte. con cui stabilire confidenza, intimità a priori: le guardo le mani/le lavo i piedi, gesti e parole che attengono alla cura materiale di un corpo in carne e ossa. 

La casa è una pancia, contiene e custodisce, è anche finestra occhio di vetro, è porta socchiusa o chiusa male: consente di entrare e di uscire, di ascoltare e vedere la vita d’altri, i rumori, le voci, i pianti e i litigi; la casa-corpo è mondo fisico e biologico dentro cui tutto accade: una ruga nell’occhio, un fastidio che non passa eppure non del tutto può impedire di guardare dentro e guardare fuori/ sistemare il tempo; di osservare le nuvole a pecorelle (bestiame mangia il cielo) quando il giorno sostituisce la notte e una spina nell’aria, una lama di luce, entra nella clausura domestica, (un  albero di silenzio/piantato in casa -/ una solitudine ladra) e la parola esce dal buio della stanza notturna. Siamo in presenza d’una poesia portatrice di immagini indicative l’inquietudine, il malessere interiore d’un io-casa discendente dalla casa-madre biologica, una madre da cui è necessario distaccarsi per realizzare il desiderio di soglia, bere mezzo bicchiere di aria. Se la sorte è stare socchiusi non resta che sbirciare di là dalla recinzione domiciliare e affettiva, guardare quando nessuno vede, scrivere soprattutto, anche furtivamente, rivendicare il tempo per sé: cchì ricissi me’ matri/ si m’attruvassi no’ funnu ra notti/ a taliàri i stiddi/ – capaci ca/ cchì ci fai ancura ccà luci addumata (cosa direbbe mia madre/se mi trovasse nel fondo della notte/a guardare le stelle/-probabilmente/cosa fai ancora con la luce accesa).

Nelle poesie in dialetto, nella seconda parte del libro, a spizzata, si conclama la complessità di un rapporto tra due identità femminili coabitanti lo spazio domestico, perimetro che accoglie pensieri e gesti e parole di entrambe; diverso il punto di vista dell’una e dell’altra, diverso il modo di vedere il cielo, malatu, squaratu (malato, scotto) per la madre, cielo che per la poetessa è l’alto, aerea strada in salita, impervia tanto più se turbata da rumori e distrazioni, da ammonizioni: nun si metti u pani a rrivessa /gisuzzu s’affenni /e chiddi ca nun l’anu / nun ti méttiri ri travessu /affenni aprisenza i manu ca ti ficiru (…)ddà vucca ca nun t’appatteni.(non si mette il pane capovolto /gesuzzo si offende /e quelli che non ce l’hanno/ non ti mettere di traverso/ offendi la presenza/ le mani che ti hanno fatto/(…)/quella bocca che non ti appartiene). 

Saragei Antonini (Catania,1973) ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie in lingua: Il cerino soggetto (La Vita Felice 2000); – L’inverno apre un ombrello in casa (Prova d’Autore 2004); Sotto i capelli una nave (Forme Libere 2010); Egregio signor Tanto (CFR 2013); La passione secondo (Forme Libere 2017). Nel 2019 pubblica la sua prima raccolta in dialetto, A virìna (Salarchi), nel 2024 A scala è fìmmina (ArcipelagoItaca). Sue poesie sono presenti in antologie e riviste in Italia e all’estero, fra cui Sombra escrita (a c. di Stefano Strazzabosco (Vaso Roto edizioni 2023), e Contemporary Sicilian Poetry (a c. di Ana Ilievska e Pietro Russo (Italica Press 2023). 

© 2006-26 Poeti del Parco – Cofine editore

https://poetidelparco.it/saragei-antonini-e-la-volpe-dellinsonnia-a-spizzata

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Renato Pennisi su La volpe dell’insonnia

Su Mimì, supplemento culturale del Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia di domenica 24/05/2026, Renato Pennisi attraversa l’intenso libro di poesia La volpe dell’insonnia: a spizzata della poeta catanese Saragei Antonini.

L’opera, con testi in italiano e in dialetto, permette di ascoltare, utilizzando un QR code, la voce della stessa poeta che accompagna lettori e lettrici nelle fitte trame e sonorità del siciliano.

La volpe dell’insonnia: a spizzata è stata pubblicata nella Collana Arca diretta da Anna Maria Farabbi; una coedizione Al3vie e pièdimosca edizioni.