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La mia nota su Louise Michel, tradotta e curata da Anna Maria Farabbi.

di Gisella Blanco

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È che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, testi di Louise Michel, a cura di Anna Maria Farabbi, recensione di Claudia Nastasi

Anna Maria Farabbi, scrittrice e poeta, propone un’antologia di testi e opere della vita di Louise Michel, la Vierge rouge simbolo della Comune di Parigi. L’esigenza di riportare in primo piano il discorso intorno a questa figura complessa ed estremamente attuale passa attraverso la penna della poetessa umbra e si realizza in un progetto editoriale frutto di uno studio attento e puntuale non solo delle opere ma anche della personalità dell’artista. Anna Maria Farabbi libera Louise Michel da una lettura pressoché legata alla cultura anarchica, riconsegnandola alla conoscenza nella sua interezza. Nel 2017 nasce un’opera antologica dal titolo immediato e prorompente: “è che il potere è maledetto e per questo sono anarchica” edito da Il Ponte Editore. Parole tratte dalla stessa Louise Michel, che rimandano ad un’urgenza comunicativa sul modo di agire e di fare politica oggi, in uno slancio vitale dove l’umanità è il bene primario da difendere, curare e guarire. Il testo ritorna poi nell’officina della Farabbi per essere potenziato, tradotto in francese e inglese, e riedito da Al3vie nel marzo 2021, a 150 anni di distanza dalla Comune di Parigi, in un momento in cui le parole di Louise Michel richiamano la coscienza collettiva all’azione, celebrando un ideale di uguaglianza e armonia universale che coinvolge tutto ciò che esiste.

Vroncourt-la-Côte 1830, Marianne Michel dà alla luce una figlia illegittima avuta dal figlio del castellano per cui lavora. La bambina trascorre però un’infanzia felice, ricevendo un’educazione illuminista e liberale dai nonni paterni, contrariamente alle convinzioni tradizionaliste della madre. La conoscenza di Rousseau e Voltaire accendono in Louise Michel  la passione per la difesa dei diritti umani, inizio di un percorso straordinario, non convenzionale, che la renderanno una delle pioniere del femminismo e dell’educazione moderna. Frequentatrice di ambienti rivoluzionari, si trova a capo di diverse associazioni di stampo socialista e nel 1871 quando nasce la Comune di Parigi, ne diviene una delle protagoniste e combattenti, tanto da guadagnarsi diversi arresti e la deportazione a Satory (luogo particolarmente legato alle fucilazioni dei rivoluzionari della Comune) e in Nuova Caledonia nel 1873. Esperienze raccontate in La Comune del 1898, opera dall’inestimabile valore storico, la quale ci mostra una Louise Michel audace e coraggiosa, riluttante a qualsiasi forma di compromesso con il regime e determinata a difendere con tenacia e onestà la dignità dell’uomo e della donna.

L’opera a cura di Anna Maria Farabbi rappresenta una mappa in grado di guidare il lettore alla scoperta della personalità complessa e articolata di Louise Michel. La ricerca d’identità della donna attraversa stili e generi di scrittura talvolta lontani tra loro (dalla prosa, alla poesia, alla corrispondenza fino ai semplici ricordi e osservazioni) ma che condividono il medesimo obiettivo. La scrittura assume un doppio valore, conoscitivo, narrare sé stessi per creare la propria identità, e rivoluzionario, in quanto strumento politico in grado di raccontare la realtà e agire su di essa. I testi delle opere di Louise Michel vengono così tradotti e assemblati da Anna Maria Farabbi in un rapporto di continuità tra le due donne. L’idea di una scrittura poetico-politica le fonde a distanza di secoli e carica l’opera di un’energia comunicativa nitida e diretta in grado di illuminare il volto di Louise Michel e di esaltarne ogni sfumatura. È proprio il volto a trovarsi al centro della riflessione della poetessa, un’immagine carica di significati e portatrice di esistenze multiple che quel volto hanno incontrato. L’atteggiamento energico e il portamento fiero e deciso sono tratti della forte identità di Louise Michel, identità che nasce prima dell’esaltante esperienza della Comune e che si imprime con forza già in gioventù quando nella corrispondenza intrattenuta con Victor Hugo, eletto a maestro dalla giovane, racconta delle origini del suo concepimento con lucidità e orgoglio, al tempo in cui il tema della paternità illegittima era una realtà sociale taciuta.

Sono presenti alcuni nuclei tematici che forniscono all’opera una certa organicità, imperativi etici e morali che sono alla base della scrittura di Louise Michel, cuciti con parole dirette e secche, talvolta a svantaggio di una certa raffinatezza stilistica. La parola non è strutturata, il ritmo è veloce perché legato ad un tempo interiore dinamico e vivo, sintomo di un coinvolgimento intenso nei confronti del presente. I temi affrontati rispondono ad una esigenza reale e imminente che si traducono in uno stile diretto e immediato che esalta la funzione comunicativa della scrittura. La scrittura è, inoltre, legata alla musica, elemento che occupa un posto privilegiato anche nella riflessione didattica di Louise Michel.

Tra i temi rintracciabili si individuano riflessioni sull’insegnamento e la didattica, sulla criminalità e la devianza (dalle carceri, alla prostituzione alla malattia mentale), sulle condizioni e i diritti dei lavoratori, con particolare attenzione al mondo delle donne in un’ottica dichiaratamente femminista. La voce di  Louise Michel si erge a difesa di una società laica e tollerante, libera dalle interpretazioni delle istituzioni politiche e religiose, incoraggiando le coscienze e invitandole all’azione. A tale scopo è interessante gettare uno sguardo a queste parole tratte da “Presa di possesso”:

e tu compagno che perdi tempo dietro la cometa filante delle notti fredde, dentro il tuo rovinato grembiule da lavoro o sotto il tuo vestito nero cencioso, che aspetti per prendere il tuo posto di combattimento, non sperare in altra opera né soccorso. Governanti e finanziari hanno altro da fare che occuparsi di te[1].

L’esortazione diventa sempre più pressante e necessaria, incombente. Il risveglio è imminente e il cambiamento inarrestabile. Non resta altro da fare che unirsi e celebrare la trasformazione. L’impegno che Louise Michel dedica alla cura e alla difesa dell’umanità cresce e si rafforza nel lavoro di educatrice.  L’attività di insegnante rappresenta l’opportunità per sperimentare una didattica liberale e laica, all’insegna di quella che oggi amiamo definire inclusione. Per Louise Michel non esiste barriera economica, sociale, di razza o di genere che non possa essere abbattuta. La scuola da lei fondata è una scuola libera, mista, dove i poveri non pagano e siedono ai primi banchi, dove anche i bambini con handicap psichico trovano il loro posto, dove vengono sperimentate metodologie didattiche innovative che sfruttano il valore terapeutico della musica. La fiducia verso l’uomo è totale, non esiste devianza o malattia che possa impedire la comunicazione e la relazione, secondo una conoscenza che passa dal sentire prima e dalla comprensione poi. In tal senso anche il recupero dell’individuo criminale diventa una necessità educativa e sociale. Nel fronteggiare la criminalità è necessario, per l’intera società, pensare ad un percorso di riqualificazione dell’individuo. Il “Libro della prigione, scritto tra 1872  e il 1873 (anno della sua deportazione in Nuova Caledonia), è ricco di spunti e riflessioni a tal proposito, nei quali Louise Michel suggerisce quale metodo per la riabilitazione del criminale la colonia penitenziaria. Essa è da considerarsi non come una galera ma come una famiglia, l’ambiente adatto per la nascita di una esistenza nuova. Louise Michel vive la sua stessa esperienza di reclusione con lucidità e spirito di osservazione senza abbandonarsi ad alcuna commiserazione ego-centrata. L’esperienza della prigione viene raccontata e presentata dai passi di  “Memorie, opera dal complesso valore stilistico, dove piano etico, poetico e epico si fondono in un racconto autobiografico dal forte valore testimoniale.

L’incontro con l’altro e il rapporto con l’alterità sono temi che attraversano tutta la vita di Louise Michel ma che in particolare sono centrali nell’esperienza in Nuova Caledonia. In seguito ad un viaggio durato quattro mesi, giunge nella colonia penitenziaria con animo colmo di rinnovata energia, un viaggio che la avvicina al movimento anarchico e che le permetterà negli anni della sua permanenza di raggiungere una certa maturazione politico-filosofica. Trascorre sette anni di feconda relazione con la popolazione nativa all’insegna di un continuo scambio culturale, a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di “sorella” da parte dei Canachi. “Leggende e canzoni di gesta canache offrono una lettura antropologica di questa popolazione, mettendo in evidenza il valore della natura e degli elementi naturali.

Quando arriva l’amnistia Louise Michel può tornare in Francia e riprendere il suo impegno a difesa dei lavoratori e delle teorie anarchiche in tutta Europa.  Un ruolo che si sente di dover rivestire anche e soprattutto perché donna, la più schiava tra gli schiavi. Louise Michel inserisce pertanto nel suo discorso rivoluzionario anche il riscatto di genere, in un’ottica di valorizzazione e liberazione dell’umanità intera:

Ovunque, l’uomo soffre nella società maledetta, ma nessun dolore è comparabile a quello provato dalla donna. Nella via, lei è una merce. Nei conventi, dove si nasconde come in una tomba, l’ignoranza la chiude […]. Nel mondo, lei si flette sotto il disgusto. Nella sua casa, il fardello la schiaccia. […] I nostri diritti noi li abbiamo. Non siamo accanto a voi per combattere la grande guerra, la guerra suprema? Che forse voi oserete fare dei diritti delle donne cosa a parte, quando uomini e donne avranno acquistato i diritti dell’umanità?” [..] Io, donna, ho il diritto di parlare delle donne[2].

Il fuoco acceso da Louise Michel non si estingue ma si alimenta nel tempo e nello spazio, passando di generazione in generazione, che ne raccoglie l’eredità e lo alimenta della propria passione. I mitragliati di Satory cambiano nome e luogo, ma restano e resistono. Ecco allora che leggere Louise Michel ci mette in comunicazione con il nostro passato storico in un’ottica fluida e in continuità con esso. Louise Michel ci consegna la fiducia e la speranza che l’agire del singolo possa essere un’incrinatura nello specchio capace di generare nuove possibilità per l’umanità.

[1] L. Michel, É che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, a cura di Anna Maria Farabbi, Al3vie, 2021, p. 44

[2] Ivi, p.  141

http://www.lamacchinasognante.com/e-che-il-potere-e-maledetto-e-per-questo-io-sono-anarchica-testi-di-louise-michel-a-cura-di-anna-maria-farabbi-recensione-di-claudia-nastasi/?fbclid=IwAR07ynpZmDGpwMR1x7BZVuBoQFQ2mvThoF-5HsXeF8bMuZng9WELeoTcTvc

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Louise Michel

di Milena Nicolini dal blog culturale CasaMatta

A centocinquanta anni dalla Comune di Parigi

di Milena Nicolini

Ci sono funerali che si assomigliano. Anche a decine e decine di anni di distanza. Al suo vennero da tutta Europa, operai, militanti, lavoratori. Era morta a Marsiglia, dopo l’ennesima conferenza sui bisogni e sui diritti dei lavoratori, che andava tenendo dappertutto, anche oltre i confini, in Inghilterra, in Algeria, da quando a cinquant’anni era tornata in Francia. Aveva subito ripreso la partecipazione attiva alle lotte politiche e sociali, come due storiche Internazionali Anarchiche, varie manifestazioni e comizi per denunciare la condizione di lavoratori e disoccupati, insieme alla fondazione di giornali politici e di scuole anarchiche, alla pubblicazione di romanzi impegnati nei temi sociali e di Memorie della sua esperienza politica e personale. Attività, creazioni, scelte che per lei avevano, tutte, il medesimo significato rivoluzionario. Per questo, appunto, arrestata e incarcerata tante volte, sempre con il suo slancio di condivisione solidale con gli altri perseguitati, sempre con la sua orgogliosa sfida a tribunali e potere borghese. Fino a divenire bersaglio di due colpi di revolver di Pierre Lucas, un giovane cattolico, che in fondo crede nella stessa convinzione anarchica dell’efficacia dell’isolato gesto terroristico. Che lei non solo non denunciò, ma si diede da fare per farlo liberare. Il perché, lo disse in poesia:

Questo figlio delle coste di Armorique, / (…) / se ne andava sognante e mistico / tra i grandi venti dal soffio amaro / guardando sia l’oceano terribile / che la terra inesorabile per i poveri / privi di ogni consolazione. // Sentendo il risucchio nero delle folle, / il suo cuore cominciò a frangersi, / senza comprendere le grandi mareggiate / da cui ci lasciamo portare, / tutte le mute collere/ che si ammucchiano in tempeste / lo avvolsero per spezzarlo. // (…) / Le nostre cose per lui sono irreali, / lasciatelo sulle sue cupe spiagge, / (…) // Per noi quest’uomo è ancestrale / dei tempi dell’antro nel fondo dei boschi. / (…) / Tra noi ci sono infiniti giorni. / Che resti libero nella sua ombra./ Per lui non abbiamo leggi. (Il Bretone, da Germinale 1881-1901) pp.117-8

Incredibilmente più tollerante con lui delle invettive che invece, più giovane,  aveva lanciato contro quelli che non avevano né il coraggio né l’intelligenza di ribellarsi all’oppressione e ai soprusi, contro, soprattutto,  la rassegnazione fatalistica:

(…) /Nessun vigliacco per non soffrire di tradimenti / la folla vile beve mangia dorme / visto che vuoi aspettare aspetta credi ai maestri / non ne hai dunque abbastanza dei morti. // Il sangue dei tuoi figli vermiglia la terra / dormi nel carnaio tra le pareti sorde / dormi mentre si ammucchiano ape su ape / i cupi sciami dei sobborghi. / (…)  (Il popoloA coloro che gridavano “Ai prussiani” su Eudes e su Brideau prigionieri, Montmartre 1870) p.105

“(…) Ma bisogna pur rassegnarsi! –, disse. – Non possiamo mangiare tutti i giorni! – (…) Quando la donna diceva questo con la sua aria calma, mi si infiammavano gli occhi per la rabbia (…) – Mi indigno per ciò che credete e cioè che tutto il mondo non possa avere pane tutti i giorni. – Questa stupidità di gregge mi inorridiva. Non bisogna parlare così, per carità! – Disse la donna – Ciò farà piangere il buon Dio! Avete visto i montoni tendere la gola al coltello? Questa donna aveva una testa di pecora.” pp.160-1

Se quest’ultimo è un ricordo di quando era bambina, non sarebbe opportuno dedurne una maturazione violenta e sanguinaria; tutt’altro. Anche perché, all’inizio di Memorie, attribuisce alle donne un ineludibile rifiuto della violenza, della “bestialità umana”:

“Confesso che ci sarà del sentimento: noi donne non abbiamo pretese di sradicare il cuore dai nostri petti, noi troviamo l’essere umano, stavo per dire la bestia umana, molto incompleto come è. Preferiamo soffrire e vivere sia nel sentimento che nell’intelligenza. (…) Se l’uguaglianza fra i due sessi fosse riconosciuta, sarebbe una grandiosa breccia nella bestialità umana.” (p.131, p.136)

Nella raccolta di conferenze Presa di possesso, pubblicato nel 1890, dichiarerà esplicitamente: “E’ necessario che i diseredati, i fuorilegge scelgano non la forza ma il diritto.” (p.41) e con uno sguardo che si apre a tutto tondo: “L’uguaglianza, l’armonia universale per gli uomini, come per tutto ciò che esiste.” (p. 45). Importante per lei questo obiettivo, che include anche gli animali e le piante:

(…)Quelle lotte spietate / vengono per giorni migliori. / Si deve essere implacabili / e, allo stesso tempo, soccorrevoli / verso insetti e fiori. // Che sogno! Il mondo infine libero, / il dolore morto, il male morto, / e tutto ciò che pensa o vibra / trovando la china, l’equilibrio, / la sua nota, nell’immenso accordo. // (…) // La grande opera dentro cui i tempi ci conducono / non è creazione di uno solo / ma di tutta la schiera umana, / (…) // Si comprenderà l’essere, la pianta, / chi ulula, confusamente, / le foreste, i venti, / la tormenta, / i fiori neri, la folle grondante / il progresso che senza tregua ci chiama. // (…)  (Da GerminaleI tempi eroici, II, pp. 121-2)

“E’ che tutto va insieme, dall’uccello di cui si distrugge la covata, fino ai nidi umani decimati dalla guerra. (…) Dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo, cosciente e libero, non torturerà più né il suo simile, né le bestie. Per questa speranza vale la pena attraversare l’orrore della vita.” (da Memorie, XI, p.143; XV, p.145)

Non rimane esercizio di vuote parole. Persino nella cella a Clermont  soccorre e convive con la topina che va a sgranocchiare pezzetti di pane nel suo letto, e che,  quando viene trasferita, raccomanda “alla pietà di tutti”. Fu anche accusata, da compagni di lotta sulla barricata da Perronet a Neully, durante la resistenza disperata della Comune, di avere abbandonato il suo posto per soccorrere un gatto:

“La disgraziata bestia, rannicchiata in un angolo tempestato di granate, chiamava come un essere umano. Sì. Sono andata a cercare il gatto. Non ci è voluto che un minuto. L’ho messo al sicuro spostandolo di un solo passo!” (Da Memorie, Seconda parte, p.164)

Con preveggenza quasi freudiana, lei stessa annota un episodio della sua infanzia che ipotizza a origine di tante sue scelte etiche:

“Mi capita spesso, risalendo all’origine di certe cose, trovare una forte sensazione che provo ancora oggi dopo tanti anni. Così, la vista di un’oca decapitata che camminava con il collo sanguinante e levato, rigido con la piaga rossa dove la testa mancava. Un’oca bianca, con gocce di sangue sulle piume, camminando come ebbra mentre a terra giaceva la sua testa, gli occhi chiusi gettati in un angolo, ebbe per me conseguenze multiple. (…) Mi era impossibile allora elaborare questa impressione, ma la ritrovo nel fondo della mia pietà verso gli animali, e poi nel fondo del mio orrore per la pena di morte.” (da Memorie, pp. 158-9)

Non era per le esecuzioni sommarie, anche se era consapevole dell’inevitabile violenza durante una rivoluzione; al processo, nel dicembre del 1871, del Sesto Consiglio di guerra che la accusa, come comunarda, tra le altre imputazioni, di “complicità, in provocazione e macchinazione, per l’assassinio di persone trattenute (…) come ostaggi della Comune”, dichiara:

“Non voglio né difendermi né essere difesa. Appartengo alla Rivoluzione sociale e accetto la responsabilità dei miei atti! Quanto all’assassinio del generale Lecomte, confesso che gli avrei sparato, se fossi stata presente quando ordinò di far fuoco sul popolo ma, una volta divenuto nostro prigioniero, la sua persona divenne sacra.” p.20

Nella raccolta giovanile di saggi e racconti Il libro di Herman, quasi certamente precedente l’esperienza della Comune, espone riflessioni sorprendentemente anticipatorie sul tema della “devianza, cercando di individuare crune di ascolto, possibilità di relazione, recupero dell’individuo criminale e della persona con problemi psichici, nel loro stadio infantile o adulto”[i], affermando tanto l’importanza dell’amore[ii] da parte di chi vuole recuperare il corpo e la mente dei disabili psichici, quanto l’individuazione di nuovi metodi di contatto, come la musica. Nel Libro della prigione, scritto tra il 1872 e il 1873, cioè tra la violenza del campo di Satory, vero e proprio lager, dove fucilarono molti comunardi, e l’imbarco per la deportazione all’altro capo del mondo in Nuova Caledonia, scrive con una lungimirante nettezza che sbalordisce:

“Ammettere che il crimine sia una malattia, e persino contagiosa, non vuol dire giustificarla così come lo si fa con la peste. Occorre cercare la causa per trovare rimedio. (…) Rimettiamo qui l’idea dominante del libro: (…) la società si difende e non si vendica.”(p.30)

“Quale singolare studio quello dedicato alle prigioni! E se voi sapeste come basterebbe poco per trasformarle in atelier per laboratori e lezioni da cui si uscirebbe migliori e più istruiti.” (dalla lettera Al cittadino Th.Ferré, Versailles, 16 settembre 1871, mezzanotte, p.56)

Arrivando persino a considerare possibilmente positiva l’esperienza che andava ad incontrare in Nuova Caledonia, la colonia penitenziaria, se fosse stata considerata non come galera, ma “come famiglia”, dove mettersi alle spalle la eventuale precedente vita delittuosa, per iniziare “un’esistenza nuova”, con la creazione di “nuove città”, nuove relazioni  anche “con l’antico mondo” originario (p.30). E infatti non solo in partenza per la colonia penale si entusiasma come per un viaggio d’esplorazione, ma con descrizioni di bellissima poesia così vive il viaggio, che fu, peraltro, lungo, spesso tempestoso, ai limiti della sopravvivenza:

“C’erano dei giorni in cui il mare era grosso, il vento soffiava nella tempesta. La scia della nave tracciava come due collane di diamanti, che si ricongiungevano in una sola corrente scintillante al sole ancora un po’ lontano. (…) L’alto mare del Capo fu per me un’estasi. Non avevo mai visto prima di allora, prima della Comune, che Chaumont e Parigi e i suoi dintorni (…) e ora, che tanto avevo sognato di viaggiare, mi trovavo in pieno oceano, tra cielo e acqua, come tra due deserti, dove non si udivano che onde e vento.”(Da La Comune, parte V, p.88)

E là, in Caledonia, trasforma la sua prigionia di sette anni in operosa costruzione di prospettive, riprendendo ad organizzare scuole per i figli dei deportati, per le ragazze, anche per gli indigeni Canachi, di cui impara la lingua e studia la cultura; fondando un giornale, appassionandosi a studi dal vivo sui costumi locali indigeni e sul mondo animale e vegetale (richiesti nientemeno che dall’Istituto Francese di Geografia!), mettendosi in contatti di grande partecipazione umana[iii] e di concreta solidarietà sociale con gli indigeni, come quando si schiera apertamente con la rivolta dei Canachi contro i francesi nel 1878.

E’ una donna che non lascia facilmente scivolare sulla pagina le sue emozioni più personali ed intime, ma che intuiamo probabilmente innamorata di Théophile Ferré, un rivoluzionario di primo piano della Comune, a cui scrive dal carcere, prima che lui sia fucilato a Satory: “A parte l’ansia che provo per voi, niente mi può ferire e loro lo sanno bene.”. Fin da giovanissima aveva comunque idee molto precise sul valore dell’essere donna e sul matrimonio, idee che la portarono a rifiutare drasticamente ogni proposta di sposarla; comunque mai per lei la lotta rivoluzionaria si dissociò dall’esigenza di vedere riconosciuta la propria forza di genere:

“Per le povere madri ci sono ben tante torture, moltiplicate dal matrimonio e dai legami di famiglia. Sì! bisogna allora essere nient’altro che combattenti. (…) coloro che mi avevano chiesto in matrimonio mi erano cari come fratelli al punto che è impossibile considerarli mariti. Dire perché non saprei davvero, come tutte le donne ho posto il mio sogno altissimo, oltre, tenendo conto della necessità di restare libera per l’epoca della lotta suprema. Ho sempre considerato come una prostituzione ogni unione in cui non ci fosse amore. (…) Per conto mio compagni, non ho voluto essere la minestra dell’uomo, e me ne sono andata attraverso la vita, con la vile moltitudine, senza donare schiavi ai Cesari. (…) se l’uomo regna facendo tanto rumore, è la donna che governa silenziosamente. Ma tutto ciò che si fa nell’ombra non vale niente. Questo potere misterioso, una volta trasformato in uguaglianza, farà sparire le piccole vanità meschine e i grandi inganni. Allora, non ci saranno più né brutalità del padrone né la perfidia dello schiavo. (…) Non bisogna separare la casta delle femmine dall’umanità. Non ci sono mercati dove le si vende, ma nella via, sulle vetrine dei marciapiedi, le belle figlie del popolo, mentre le figlie dei ricchi sono vendute per la loro dote. L’una la prende chi vuole, l’altra si dona a chi vuole. La prostituzione è lo stesso. (…) Lo schiavo è il proletario. Il più schiavo tra tutti è la donna del proletario. (…) I vostri titoli? Ah beh! Noi non amiamo gli stracci. Fate ciò che volete. E’ troppo rappezzato o troppo poco per noi. Ciò che vogliamo è la scienza e la libertà. (…) Che! Voi conoscete Louise Michel? (…) E’ una donna dopotutto! E questo è il colmo! Sì, solamente se si potesse deriderla un po’ dicendole che le donne otterranno i loro diritti richiedendoli agli uomini. Ma lei ha l’infamia di ribattere che il sesso forte è schiavo quanto il sesso debole, che questi non può donare ciò che non ha lui stesso” (Da Memorie, VII, p.132; IX, p.137, p.140-1; XII, p.144)

E’ sempre molto interessata e attenta alle altre donne che incontra nell’esperienza della Comune, o in prigione, o tra i Canachi, o nei rapporti personali. Siano figure veloci di passaggio, o madri di compagni, o prostitute che vogliono collaborare attivamente alla resistenza contro i Prussiani, o Maestre come Nathalie Lemel, è partecipe delle loro storie, delle loro scelte, delle loro sofferenze. Emblematica l’osservazione apparentemente oggettiva, ma che in realtà trasuda sofferta emozione, della vecchina con l’ampolla:

“(…) fummo arrestate. M.me A.L., io e una povera vecchina che stava attraversando la piazza per andare a cercare dell’olio, così da trovarsi nel mezzo della manifestazione. Non lasciava la sua ampolla. E quando sul nostro racconto e, soprattutto, per il suo aspetto sconvolto, testimone eloquente, la si lasciò andare, l’olio cadde sulla sua veste, tanto le sue mani tremavano.” (Da Memorie, XV, p.145)

Con la madre ha un rapporto allo stesso tempo conflittuale (forse perché la madre era cattolica credente e politicamente moderata, per cui non avrebbe voluto che lei si mettesse in tante situazioni di estremo rischio) e inesorabilmente d’amore. Se la porta sempre dietro fin che può, anche nella Parigi della Comune, si preoccupa costantemente, fin sulle barricate, di dove possa trovarsi, se le avrà dato ascolto a non muoversi di casa in certe situazioni, se sta bene, se… Fino a costituirsi ai repressori della Comune che l’hanno arrestata al posto suo. In attesa dell’imbarco per la colonia penale, la rivedrà ancora qualche volta, sempre preoccupata di farle arrivare qualcosa di utile alla sopravvivenza: “Avevo visto mia madre vecchia e mi ero resa conto per la prima volta che i suoi capelli erano diventati bianchi. Povera madre!” (Da Memorie, p.166). Quando in Caledonia sa dell’amnistia che le permetterà il ritorno in patria, il primo pensiero è di raggiungere la madre gravemente sofferente, prima che muoia: “Coloro che non conoscono i rivoluzionari pensano che essi non amino i loro cari, poiché li sacrificano sempre all’idea. In realtà, li amano ancora di più in tutta la grandezza del sacrificio.” (Da La Comune, parte V, p.90). Chissà se la sua continua esigenza di creare scuole, dove si metteva in gioco fino in fondo come ideatrice di nuovi metodi, istitutrice diversa, tesa ad educare alla libera espressione di sé, alla giustizia, all’uguaglianza, venisse più dal bisogno di sperimentare rapporti di formazione diversi da quello non facile vissuto con la madre,  che invece dal diploma di maestra conseguito. Certo è che quell’infanzia e giovinezza da romanzo ne hanno fatto un essere originalissimo e ricchissimo di sfaccettature quasi sempre eccezionali. Nasce in un castello, illegittima figlia del nobile rampollo Laurent Demahis e di Marianne Michel, che lavora ai servizi. I castellani nonni paterni l’accolgono con affetto, la nonna che le canta le favole celtiche, il nonno che l’accompagna con la chitarra. Le trasmettono sia le loro convinzioni illuministe che le favolose storie di “fieri cavalieri” che “venivano, come teatranti bizzarri, / a sedersi, presso i gotici focolari” o le storie oscure, durante le “sere nell’ombra”, coi “demoni, guerrieri, briganti,/ spettri e bohémien” e “mille fantasmi erranti”[iv], magari rivissute con Manette nella “tana magica di Vroncourt”, o “al ritmo degli arcolai, degli aghi per la maglia, mescolati al ronron del loro rumorino secco.”, magari mentre “la neve, la grande neve bianchissima, cadendo, si stendeva come un lenzuolo sulla terra” (Da Memorie, XVII, p.159). Fin da piccola, nelle sue scorribande per il villaggio, conosce da vicino la miseria, la fame, la rassegnazione, che non sa accettare, al punto da fare piccoli furti in casa –“denaro, quando ce n’era, perfino frutta, legumi…” – per donarli a nome dei suoi genitori. Aveva limato delle chiavi per aprire gli armadi, e lasciava bigliettini rivoluzionari al posto delle cose che prendeva. “Un anno, mio nonno mi propose 20 soldi a settimana se non avessi più rubato, ma pensai che ci avrei perso troppo.” (Ivi, p.161). Anche se, ormai, ha compreso che non è con la carità che si può dare il pane a ciascuno; non le piacciono e non rispetta i ricchi: “Allora mi venne in mente il comunismo.” (Ivi, p.162). Quando muoiono i nonni, lei e sua madre devono lasciare il castello, ma con una piccola eredità in denaro che permetterà loro di organizzarsi una vita nuova. Che include, tra le varie esperienze didattiche e politiche, lo stretto rapporto epistolare con Victor Hugo e la scrittura. Molto particolare. Spesso lanciata sulle alte punte retoriche della passione politica, dell’impegno sociale, ma qua e là capace di squarci di alta poesia. Come il ritratto del guardiano del cimitero, in Leggende e canzoni di gesta canache (p.93), o certi brani descrittivi del paesaggio, dell’oceano, o certi terribili cammei della realtà:

“Sotto la pioggia intensa dove, di tanto in tanto, alla luce di una lanterna che si sollevava, i corpi riversati nel fango apparivano sotto forma di solchi o onde immobili. Non un movimento nell’orribile distesa su cui l’impero della pioggia creava ruscelli. Si udiva il piccolo rumore secco dei fucili. Si intravedevano le scie luminose dei proiettili sgranati nel mucchio, uccidendo a caso.” (Da La Comune, Parte IV, III,dai bastioni a Satory e a Versailles. Un’immensa ecatombe, un sepolcro. Un covo. p.85)

Forse non tutti sanno la sua storia completa e molti – come a Parigi in questo centocinquantesimo anniversario è ridotta a logo della Comune –  la conoscono solo come rivoluzionaria. Per questo ho scritto.

E ringrazio Anna Maria Farabbi che, dalla lettura meditata di tutte le sue opere, ha voluto scegliere i brani che meglio potessero presentarla tutta intera, complessa, variegata, grande di idee proiettate nel futuro e di coraggiose scelte nel suo presente, figlia, nipote, amica, donna. E voglio ringraziare il coraggio e la generosità di editori come Lanfranco Binni e Raffaella Polverini: il primo per avere lanciato il lavoro ed averlo poi lasciato libero nell’impostazione di Farabbi, la seconda per avere preso il testimone da lui, non solo ripubblicando il testo ormai esaurito in una fiammante veste nuova, ma proponendolo in traduzione all’estero.

Riesco a vedere le facce tirate di quelli che la seguono nel corteo funebre: è un dispiacere vero, personale e politico; sanno che lei conosceva davvero la fatica, la miseria, l’oppressione della loro vita e non l’aveva mai messa da parte per dare spazio ai suoi di problemi. Il mondo nuovo che voleva era insieme a loro.  Ho imparato a riconoscerle, queste facce, che ritornano a ogni funerale rivoluzionario, magari attorno ai monumentali carri funebri dei cinque lavoratori caduti sotto i colpi dei carabinieri regi mentre erano a un comizio in piazza Grande a Modena, il 7 aprile 1920, per protestare contro un altro eccidio di 8 operai, poco lontano da lì, a Decima di S. Giovanni in Persiceto. O magari quelle facce che Carlo Lizzani filmò durante il funerale dei sei operai uccisi dalla polizia di Scelba davanti alle Fonderie di Orsi, mentre manifestavano contro i licenziamenti. Il 9 gennaio 1950. Anche le date ritornano. Lei morì il 9 gennaio di 45 anni prima. Ed era nata il 29 maggio del 1830. Un giorno dopo quel 28 maggio del 1871 quando finì l’esperienza straordinaria a cui lei aveva partecipato con tanto entusiasmo e coraggio, la Comune di Parigi. Chissà se a qualcuno di quei caduti modenesi gli stava girando per la testa la canzone: Non siam più la Comune di Parigi, che tu, borghese, schiacciasti nel sangue, non più gruppi isolati e divisi…

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[i] Parole di Anna Maria Farabbi, che ha curato la preziosa cernita dei testi di Louise Michel in è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica, edito da Il Ponte Editore, Firenze, 2017 e riedito da Al3vie di kabaedizioni, Trivolzio (PV) 2021. Parole della presentazione appunto dei brani tratti dal Libro di Herman, quando sembra quasi che la curatrice-poeta stia indicando le linee portanti della propria poetica, come azione di vita e di scrittura. Certamente le due donne hanno straordinari punti di contatto, tanto da poterle vedere, a volte, una specchio dell’altra.

[ii] “Cercare il suo cuore, farsi amare come è nelle sue possibilità. Tutto dipende da questo.” p.35

[iii] Quando partirà da Noumèa per tornare in Francia, sarà molto doloroso il distacco dai Canachi. Aveva aperto una scuola “all’interno delle tribù” e gli indigeni le dicono “con amarezza” che sanno che lei non tornerà più, anche se lei continua a ribadire che, invece no, lei ritornerà. Non per ingannarli, dice. “Non distolsi da loro lo sguardo fin quando potei, poi piansi anch’io.” (Da La Comune, parte V, p.90)

[iv] Da Opere postume, poesia Alla mia nonna, pp.123-4