Tra le voci della poesia contemporanea, la voce di Saragei Antonini è tra le più singolari. Dall’esordio a oggi i suoi testi mettono in luce il lato nascosto delle cose, degli oggetti di utilità (un bottone non va stretto/vive di una linea di cuore/l’asola che lo aspetta a occhi chiusi) che sembrano vivere di vita propria. Va subito detto che la scrittura di Antonini presenta guizzi, impennate, visioni, percezioni, spostamenti visivi generati da una meditazione ricca di accostamenti e paragoni inusitati. Così ne La volpe dell’insonnia: a spizzata (piédimosca, 2025), la voce interiore si fa discorso e strada per spezzare le pareti domestiche, la condizione insonne con la veglia notturna febbrile sino all’arrivo di un nuovo giorno, frazione di tempo che per l’autrice è anche progressivo avvicinarsi al sentimento della morte, momento definitivo, la morte. con cui stabilire confidenza, intimità a priori: le guardo le mani/le lavo i piedi, gesti e parole che attengono alla cura materiale di un corpo in carne e ossa.
La casa è una pancia, contiene e custodisce, è anche finestra occhio di vetro, è porta socchiusa o chiusa male: consente di entrare e di uscire, di ascoltare e vedere la vita d’altri, i rumori, le voci, i pianti e i litigi; la casa-corpo è mondo fisico e biologico dentro cui tutto accade: una ruga nell’occhio, un fastidio che non passa eppure non del tutto può impedire di guardare dentro e guardare fuori/ sistemare il tempo; di osservare le nuvole a pecorelle (bestiame mangia il cielo) quando il giorno sostituisce la notte e una spina nell’aria, una lama di luce, entra nella clausura domestica, (un albero di silenzio/piantato in casa -/ una solitudine ladra) e la parola esce dal buio della stanza notturna. Siamo in presenza d’una poesia portatrice di immagini indicative l’inquietudine, il malessere interiore d’un io-casa discendente dalla casa-madre biologica, una madre da cui è necessario distaccarsi per realizzare il desiderio di soglia, bere mezzobicchiere di aria. Se la sorte è stare socchiusi non resta che sbirciare di là dalla recinzione domiciliare e affettiva, guardare quando nessuno vede, scrivere soprattutto, anche furtivamente, rivendicare il tempo per sé: cchì ricissi me’ matri/ si m’attruvassi no’ funnu ra notti/ a taliàri i stiddi/ – capaci ca/ cchì ci fai ancura ccà luci addumata (cosa direbbe mia madre/se mi trovasse nel fondo della notte/a guardare le stelle/-probabilmente/cosa fai ancora con la luce accesa).
Nelle poesie in dialetto, nella seconda parte del libro, a spizzata, si conclama la complessità di un rapporto tra due identità femminili coabitanti lo spazio domestico, perimetro che accoglie pensieri e gesti e parole di entrambe; diverso il punto di vista dell’una e dell’altra, diverso il modo di vedere il cielo, malatu, squaratu (malato, scotto) per la madre, cielo che per la poetessa è l’alto, aerea strada in salita, impervia tanto più se turbata da rumori e distrazioni, da ammonizioni: nun si metti u pani a rrivessa /gisuzzu s’affenni /e chiddi ca nun l’anu / nun ti méttiri ri travessu /affenni aprisenza i manu ca ti ficiru (…)ddà vucca ca nun t’appatteni.(non si mette il pane capovolto /gesuzzo si offende /e quelli che non ce l’hanno/ non ti mettere di traverso/ offendi la presenza/ le mani che ti hanno fatto/(…)/quella bocca che non ti appartiene).
Saragei Antonini (Catania,1973) ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie in lingua: Il cerino soggetto (La Vita Felice 2000); – L’inverno apre un ombrello in casa (Prova d’Autore 2004); Sotto i capelli una nave (Forme Libere 2010); Egregio signor Tanto (CFR 2013); La passione secondo (Forme Libere 2017). Nel 2019 pubblica la sua prima raccolta in dialetto, A virìna (Salarchi), nel 2024 A scala è fìmmina (ArcipelagoItaca). Sue poesie sono presenti in antologie e riviste in Italia e all’estero, fra cui Sombra escrita (a c. di Stefano Strazzabosco (Vaso Roto edizioni 2023), e Contemporary Sicilian Poetry (a c. di Ana Ilievska e Pietro Russo (Italica Press 2023).
Su Mimì, supplemento culturale del Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italiadi domenica 24/05/2026, Renato Pennisi attraversa l’intenso libro di poesia La volpe dell’insonnia: a spizzata della poeta catanese Saragei Antonini.
L’opera, con testi in italiano e in dialetto, permette di ascoltare, utilizzando un QR code, la voce della stessa poeta che accompagna lettori e lettrici nelle fitte trame e sonorità del siciliano.
La volpe dell’insonnia: a spizzata è stata pubblicata nella Collana Arca diretta da Anna Maria Farabbi; una coedizione Al3vie e pièdimosca edizioni.
Il 26 maggio alle ore 17, presso lo spazio Sferocromia a Monteverde (Via Ippolito Pindemonte, 30B), si terrà la presentazione di La volpe dell’insonnia: a spizzata di Saragei Antonini.
Anna Maria Farabbi, Elena Zuccaccia e Raffaella Polverini converseranno con la poetessa siciliana.
Il libro, nuova uscita nella collana di poesia “arca”, coedizione pièdimosca edizioni/Al3vie, è di assoluta bellezza. In esso italiano e dialetto trovano l’equilibrio in uno stesso respiro.
Saragei Antonini (Catania,1973) ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie in lingua: Il cerino soggetto (La Vita Felice 2000); – L’inverno apre un ombrello in casa (Prova d’Autore 2004); Sotto i capelli una nave (Forme Libere 2010); Egregio signor Tanto (CFR 2013); La passione secondo (Forme Libere 2017). Nel 2019 pubblica la sua prima raccolta in dialetto, A virìna, con le edizioni Salarchi Immagini.
Sue poesie sono presenti in antologie e riviste in Italia e all’estero, fra cui Sombra escrita, a cura di Stefano Strazzabosco (Vaso Roto edizioni 2023), e Contemporary Sicilian Poetry, a cura di Ana Ilievska e Pietro Russo (Italica Press 2023).
È sempre più interessante il mondo poetico di Saragei Antonini, luogo dove lingua italiana e dialetto sono creature che si incontrano, e in questo suo nuovo “La volpe dell’insonnia: a spizzata” sono anche capaci, nello stesso testo, di mescolarsi in un qualcosa di unico, di davvero raro. Sorprende Saragei Antonini, perché già dalle prime pagine la sua scrittura trova una nuova lunghezza d’onda con cui esprimersi, ed in cui è veramente un grande piacere sintonizzarsi. Il verso si fa più largo che in passato, lo sguardo si muove con maggiore ampiezza, “vedere piano come un lume rimanere come una pagina e quando una porta si/ chiude male lasciarla così: col suo desiderio di soglia – la sorte è stare socchiusi”. E chi legge si trova in un paesaggio da esplorare, in cui immergersi, passo dopo passo. La prima parte del libro, “la volpe dell’insonnia”, è tutto un accendersi di epifanie, svelamenti del quotidiano che hanno il profumo e l’odore della vita stessa: “mangi con la sinistra mangio con la destra ti metto ancora nella notte e nel giorno/ nel salto e al risveglio – c’è un verso su cui fare stare il pane e uno per soffiarci”, “mi dai un’arancia questo il peso del nostro silenzio io la spoglio della buccia”. Questo per capire che Saragei Antonini ha imbastito anche un lavoro differente con il tempo, che adesso si fa anch’esso più ampio, capace così di permettere alla sua poesia di abbracciare ancora più cose, più contenuto, nel suo andare maggiormente in profondità. Tanti sono i passaggi che meritano la citazione, vere e proprie istantanee che catturano e regalano qualcosa di speciale. Come “gli appunti dell’inverno la primavera che copia”, oppure “il dietro delle cose ora è davanti e i guanti sono monouso” o ancora “sì piango è il mio modo di guardare fuori quando apri piano la porta”. A cui aggiungere un vero e proprio ritratto, tratteggiato con segni universali: “mia madre ha sempre cercato la verità/ mio padre creava abiti su misura”. Perché bisogna sempre andare “a lezione di candela: imparare a stare nella bugia”. Tanto è esposta e in rilievo questa prima parte del libro, scritta in italiano, quanto si fa invece più intima, raccolta e voce anche di uno smarrimento umano la seconda, “a spizzata”, scritta in dialetto. Qui il respiro è trattenuto, il silenzio riempie le parole, ogni minuto accadimento è ancor più appartenenza personale. C’è il bisogno dell’orientamento, “ro tempu nun mi sacciu squaràri nenti/ è assai ca sacciu ri unni s’adduma a luci” (“del tempo non so immaginarmi niente/ è già abbastanza che so dove si accende la luce”) e il desiderio di uno spazio in più, non solo da guardare ma anche da respirare, “c’è na finestra ca nun si rapi cchiù/ è misa accussì àuta ca a talìu comu na luna china” (“c’è una finestra che non apre più/ è messa così in alto che la guardo come una luna piena”). Le pagine de “a spizzata” hanno contorni meno rassicuranti, hanno bordi da cui è più pericoloso sporgersi, dove “u scuru mpasta/ u lustru acchiana/ appoi u Signuri fa i cunti” (“il buio impasta/ la luce sale/ poi il Signore fa i conti”) e in cui “vulissi u mari vicinu e ddì scogghi niuri cauri ri nfanzia” (“vorrei il mare vicino e quegli scogli neri caldi d’infanzia”). Tutto questo libro è un attraversare il nostro presente, in una voce originale e capace di trovare l’autenticità e l’esperienza di ogni singolo momento. Stare con la poesia di Saragei Antonini e nel suo scrivere di “La volpe dell’insonnia: a spizzata” è esperienza da fare, custodire e tramandare.
Dal libro:
a dire il nero diamo il tempo alla volpe dell’insonnia di sfamarsi e impaurirsi della tua bianca gentilezza del lento rito dell’avvicinamento a dire ancora più nero le prime lame del mattino e oltre la porta il bue a fissarti.
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conserva i bottoni sono le promesse più vicine al respiro attraversati tante volte quelli dei morti sono i più tondi quando un bottone viene a mancare tu mettili insieme come monete che cambierai per un po’ di caldo nel freddo per le loro confidenze a un filo di corpo un bottone non va stretto vive di una linea di cuore l’asola che lo aspetta ad occhi chiusi.
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cchì ricissi me’ matri si m’attruvassi no’ funnu ra notti a talìari i stiddi – capaci ca cchì ci fai ancura ccà luci addumata.
cosa direbbe mia madre se mi trovasse nel fondo della notte a guardar le stelle – probabilmente cosa fai ancora con la luce accesa.
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ma u Signuri u pararisu fini uri fallu? nun sacciu ri unni si trasi ma tu ci nesci sempri
ma il Signore il paradiso ha finito di farlo? non so da dove si entra ma tu ci esci sempre
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sunu catti r’amuri ca nun tegnu cchiù ne’manu na prumissa è cosa àuta spiddu ca nun scanta
sono carte d’amore che non tengo più nelle mani una promessa è cosa alta fantasma che non spaventa
Intervista a Saragei Antonini:
La sorpresa è vedere che le prime frasi del libro sono più lunghe che in passato, vedere che contengono più parole, che lo sguardo del loro significato si è fatto più ampio. E questo significa che c’è anche un lavoro con il tempo differente, che si fa anch’esso più ampio. È come se ci fosse stato il bisogno di una durata maggiore, per costruire queste poesie. Mi sbaglio? Alcuni testi della raccolta hanno un cammino orizzontale e prima di tutto perché seguono la respirazione e il dire quelle parole con un tempo dell’orizzonte – ho scritto in passato con questa andatura – non so se questo riguarda il farsi del tempo più ampio e l’abbracciare più cose – forse questo è dato dalla parola – anche solo una – spero sempre che scrivere sia un andare in fondo che sia terra o cielo, e a volte anche in un dialogo tra sogno e veglia – qualcosa oltre lo scrivere.
Il quotidiano è sempre e comunque il luogo dell’accadere del tuo fare poesia. Per quale motivo? Il quotidiano per me è osservare e ascoltare ogni giorno e ogni notte con tutto quello che portano e contengono o non contengono affatto – un’attenzione al tempo con riconoscenza.
“La volpe dell’insonnia”, la prima parte del libro, è anche un fiorire di complicità. C’è un continuo io + tu che è sempre nel centro dell’attenzione… ti ci ritrovi in questo? Sì, nella prima parte del libro “La volpe dell’insonnia” ci sono testi più chiaramente amorosi – un dialogo tra un Tu e un Io – dichiarazioni, confidenze e, come hai notato tu, complicità.
L’immagine e la presenza del pane sono continue in queste pagine. Che significato ha per te? Il pane è pane – antico – essenziale – è sacro per me: il tempo e la cura che occorrono per farlo – il tenerlo nelle mani – il poterlo condividere – da solo saprebbe bastare – è corpo e grazia.
La seconda parte, “A spizzata” – che è anche quella scritta in dialetto – si muove in altre dimensioni. Dal pane l’attenzione (e la presenza) si sposta alle stelle…. Cosa succede di diverso? Nella seconda parte del libro “a spizzata” accade la spezzata, il lampo – accade il sentire di una lingua diversa e mescolata all’altra – uno sguardo al cielo per orientarsi e non rimanere solo terreni – accade il capovolgimento della clessidra. Il dialetto è una strada più diretta e pietrosa al sangue – un canto biologico e forse la scaramanzia tra i morti e i vivi. Nel tempo le due lingue, l’italiano e il dialetto, si sono naturalmente mescolate – così accade che pronuncio parole che sono l’unione di entrambe – ho scritto testi che avevano l’urgenza dell’una e dell’altra insieme come un dialogo tra loro e una complicità – un’intesa reciproca e sorgiva – forse anche questa è una relazione e che conduce a un’altra presenza: una terza lingua.
E qui c’è un senso di solitudine quasi, uno smarrimento che va e viene, ma che comunque dà sapore a questa parte del libro. Cosa l’uso del dialetto riesce a farti scoprire, che nella prima parte si nascondeva o celava? Il senso di solitudine lo sento quando scrivo in dialetto e sia quando scrivo in italiano – e forse perché si scrive soli – per me si scrive ritirandosi – quello che scopro nel dialetto lo scopro anche nell’italiano quello che cambia sono i suoni e i tempi. Un esempio è la vecchia che legge il caffè in lingua nera: è la voce in alcuni testi in dialetto, ed è la voce degli antenati, non solo la mia.
In alcuni testi l’italiano e il dialetto condividono la pagina, si intersecano. Si cercano in una vicinanza importante. Da cosa nasce questa scelta di scrittura? Le due lingue ora convivono e aggiungo in equilibrio – lavorano contemporaneamente a qualcosa che riguarda la parola la cellula (e dopo la cellula c’è altro) rispetto a qualcosa che non so ancora se più grande o quasi invisibile – è una dualità che guarda allo zero e lo zero è intero. La complessità è farlo, dunque esserci senza spezzarlo. Lo zero è essere nel mondo – è lo stare al mondo spogliandosi ogni volta di quello che si crede di sapere e di portare – non posso dire che è ricominciare né rinascere – ha a che fare forse con il proseguire più concentrati e anche più altrove se si guarda a quante “cose” esistono.
L’autrice: Saragei Antonini è nata a Catania nel 1973, città dove vive. Nel 2000 pubblica la raccolta di poesie “Il cerino soggetto“ (1° premio ex aequo Edda Squassabia, prima edizione), nel 2004 “L’inverno apre un ombrello in casa” (3° premio ex aequo Città di Marineo 2005), nel 2010 “Sotto i capelli una nave” (3° premio Angelo Majorana 2013), nel 2013 “Egregio signor Tanto” (3° premio Pietro Mignosi X edizione; menzione d’onore al Premio Va Pensiero 2017 e al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2017), nell’aprile 2017 pubblica “La passione secondo”. In dialetto ha pubblicato le raccolte “A virina” (2019) e “A scala è fimmina” (2024). Diverse le menzioni di merito e le segnalazioni in concorsi e premi. Nel 2018 con la poesia “U chiòvu” le viene assegnato il Premio Nazionale Giuseppe Malattia della Vallata di Barcis – XXXI edizione. Nella ventesima edizione del Concorso Guido Gozzano riceve il Premio Speciale Poesia Dialettale con la silloge in dialetto “Comu ‘na ugghia ̎. Sue poesie sono presenti in antologie e riviste in Italia e all’estero.
(Saragei Antonini “La volpe dell’insonnia: a spizzata” pp. 177, 12 euro, collana Arca curata da Anna Maria Farabbi, Al3viE – pièdimosca edizioni 2025)
Sabato 20 settembre alle ore 18, presso la libreria Mondatori bookstore di Catania Saragei Antonini, in dialogo con Francesco Balsamo, porterà la sua ultima opera in poesia “La volpe dell’insonnia: a spizzata”, da poco pubblicata nella Collana Arca diretta da Anna Maria Farabbi, coedizione Al3vie e pièdimosca edizioni.
a dire il nero diamo il tempo alla volpe dell’insonnia di sfamarsi e impaurirsi della tua bianca gentilezza del lento rito dell’avvicinamento a dire ancora più nero le prime lame del mattino e oltre la porta il bue a fissarti.