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Le Torri di Kiefer, Anna Maria Farabbi

rubrica di Nino Iacovella

LA VIA DEL POCO

Ricevo La via del poco di Anna Maria Farabbi nel 2023, dopo aver pubblicato su Perigeion l’incipit di uno delle sue opere migliori, Abse, nella rubrica Tagli scelti di poesia. Da allora il libro è entrato ufficialmente in una delle pile alle quali dedico la più lunga attesa di lettura, quelle che ho ironicamente battezzato Le Torri di Kiefer.
È una storia lunga. C’entrano il periodo del Covid, uno strisciante senso di depressione, il ritorno febbrile agli studi socioeconomici. E, intanto, i libri di poesia da leggere e commentare sul nostro litblog – beninteso, quelli meritevoli, tenendo conto della soggettività di questo aggettivo – crescevano a dismisura, innalzandosi in torri sempre più alte e instabili.
Il senso di quei libri lasciati a riposare, come il buon vino, conferma i miei tempi lunghi di attraversamento della letteratura e della scrittura. Li prendo, ne leggo i testi, poi li lascio sedimentare e li innesto con altre letture; lascio macerare il tutto, prendo appunti, ritorno sui versi. Finché quel libro non raggiunge una soglia significativa di impatto emotivo e di senso, quella condizione in cui ciò che ho letto si trasforma nell’urgenza di scriverne.
Ora è il tempo de La via del poco di Anna Maria Farabbi, tra le poetesse più originali e radicali della poesia italiana contemporanea: una voce capace di fare della lingua materia, corpo e conoscenza.

In La via del poco il titolo non indica una sottrazione, ma una pratica di esistenza: arrivare al poco significa spogliarsi dell’eccesso per tornare a casa: al corpo, alla terra, alla voce. “Parole esatte nel posto esatto”: il verso sembra dichiarare fin dall’inizio un’etica della scrittura. La parola deve trovare il proprio luogo come il corpo trova la terra. E infatti, in questa poesia, lingua e materia non sono mai separabili. È una poesia che non vuole semplicemente dire il mondo: vuole entrarvi, esserne attraversata, fino a perdere perfino “il mio nome”.

L’io non scompare, ma diventa terra, vento, sangue, uccello, acqua, fuoco. “Ho piedi in terra mamma”: una dichiarazione elementare e insieme vertiginosa, perché la terra risale dal plantare «in tutto il mio corpo», trasformandolo in un organismo attraversato da un battito più antico dell’individuo. Il corpo non è recinto dell’io, ma luogo di passaggio.

È forse qui che La via del poco trova una delle sue immagini più forti: “Il mio corpo / è casa”. La casa non è però uno spazio chiuso. È recinto e porta insieme. Protegge e lascia entrare. La selvatichezza stessa “odora”, dunque non viene addomesticata dalla poesia: viene abitata. Farabbi costruisce una lingua in cui natura e corpo continuamente si contaminano, fino a rendere impossibile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altro.

Anche la maternità della terra assume una dimensione non sentimentale ma quasi tellurica. “Le mie ginocchia sono in terra. / C’è molta terra / nelle mie ginocchia”. Il corpo si abbassa, ma non per una resa: “Sono scesa / per sorellanza”. È una parola decisiva. La discesa è un gesto di relazione, di solidarietà con ciò che sta sotto, con ciò che normalmente non viene guardato. E la neve può pure cancellare le impronte: il rosso resta. Anzi, “Ho rosso io”. Il corpo conserva ciò che la superficie nasconde.

In questo senso il viaggio occupa nel libro una funzione iniziatica. A Orchha, tra “stelle decomposte”, immondizie, vacche, mendicanti, templi e crematori, la poesia attraversa una materia umana dalla quale non cerca di proteggersi. L’incontro con gli “intoccabili” diventa attraversamento della «cruna»: una soglia stretta attraverso cui l’io deve passare per rifondare il proprio rapporto con il canto. “Ho portato il corpo della mia lingua alla mensa del mattino”: ancora una volta la lingua è corpo, e il corpo è ciò che può essere condiviso.

Il “poco” è allora anche condivisione del necessario. Pane duro, acqua del Gange, una ciotola, una voce, uno strumento di legno. La poesia si spoglia dell’ornamento per cercare una forma originaria di comunione. “Con la voce ho rimboccato le piume delle uccelle malate”: il gesto poetico non è più rappresentazione, ma cura. E subito dopo arriva il silenzio: “ho morso il deserto per imparare a tacere”. Il canto autentico sembra nascere proprio dalla possibilità di tacere.

Ma Farabbi non è una poetessa dell’ascetismo. Il corpo è anche desiderio, eros, combustione. In Descrizione in atto del coito la lingua diventa volutamente eccedente, incendiaria, piritica. L’erotico diventa così un’altra forma della ricerca dell’origine. Anche qui, però, l’ultima parola non appartiene all’eccesso: “avrebbero bisogno solo di essere leccati / e risparmiati / come ferite sacre”. Il desiderio torna al poco, alla cura, alla ferita.

Ecco allora la singolare dialettica del libro: Farabbi raggiunge il poco passando attraverso l’eccesso. La sua poesia è piena di sangue, fuoco, vento, animali, stelle, corpi, viaggi, eros, morte, cosmologia; ma questa proliferazione non approda all’accumulo. Tende continuamente alla spoliazione. Come se ogni immagine dovesse condurre verso una forma più nuda dell’esistenza.

Lo si comprende magnificamente nell’ultimo testo: la capanna delle donne Dioles, la pioggia che cade dal foro del tetto, il bacile d’argilla, il corpo che diventa “fontanella ad impluvium”. Il vuoto interiore non è più mancanza: è uno spazio capace di ricevere. “L’irrigazione viva del mio vuoto interiore” è forse una delle definizioni più esatte della poetica di questo libro. Il vuoto non è ciò che resta quando abbiamo perso qualcosa; è ciò che permette al mondo di entrare.

Per questo La via del poco non è un libro sulla rinuncia. È un libro sulla perdita dell’appropriazione. Perdere il nome, il possesso, la distanza tra sé e il mondo, per ritrovare una forma più profonda di appartenenza. La poesia non si mette davanti alle cose per nominarle: si mette dentro le cose, fino a farsi attraversare dal loro respiro.

E forse il poco, alla fine, è proprio questo: non avere altro di fronte all’amore.

“Di fronte all’amore non ho altro”.

È una frase che potrebbe stare in fondo a tutto il libro. Dopo la terra, il corpo, il viaggio, la morte, il desiderio, il canto, rimane una lingua che rinuncia alla propria sovranità e si consegna al vivente. Non poco, dunque. Il necessario.

la via del poco

parole esatte nel posto esatto
due orecchie non bastano per sentire il sacro
scrivere con un dito nelle vene dell’altro
ma di più cantare dentro il vento mentre mi strappa
rido del mio lavoro da non ricordare più il mio nome
quello del mio amore è il volo del pappo

***

È la freccia scoccata dal dio delle origini
che affonda precisa/mente
dentro la terra del vivente
della mia fronte
Sono milioni di uccelli
in uno stormo a punta
che vengono a riprodursi in me
nel brevissimo periodo del disgelo

***

la cruna tra orchha e varanasi

di notte camminavo gli intestini di orchha
incarniti di stelle decomposte grandinate per terra
tra le immondizie i palmi aperti all’elemosina
e le vacche del niente più tragiche e scarnificate dei relitti dei
templi
dai piedi sentivo i significati di gandhi deviare la mia aorta
in un angolo della piazza seduti a cerchio
sopra i fili che sembravano un tappeto
cinque sei creature storpie pelle e ossa vestite di stracci
suonavano e cantavano la potenza in gioia
senza interrompersi mi sorrisero
invitandomi a scalzarmi e unirmi in voce spogliata
a un loro antico strumento di legnoin quel buio sonoro ho attraversato la cruna degli intoccabili
ricreato il mio senso del poco del canto messo per terra e
condiviso
ho portato il corpo della mia lingua alla mensa del mattino
dentro una ciotola di pane duro e acqua di gange
mentre le spose bambine pregavano la morte che stavano vivendo
accanto ai morti bruciati
tra i petali e l’incenso sulle palafitte dei crematori
con l’inchiostro ho fatto
ho cancellato con la mollica del pane
con la voce ho rimboccato le piume delle uccelle malate
ho morso il deserto per imparare a tacere
ho baciato al volo la creatura cometa
eradicato in me la sua luce nel poco
di fronte all’amore non ho altro

***

DESCRIZIONE IN ATTO DEL COITO

Ma certo che le tue labbra adesive mareggiano
dentro il crogiuolo del mio cuore
e delle mie cosce
con escandescenze rossastre e piritiche.
Ed è ancora più certo quanto e come,
già prima che mi entrassi in bocca,
avevi già intuito la mia lingua di fuoco
che scrive me
e marchia di me
sia la pelle che le pagine.
Quindi lo sapevi confessa che lo sapevi e dillo
a voce alta,
come uno del coro dalla bocca tragica e lussuriosa
che mi hai telefonato fin dalla nascita
ogni notte dal buio,
più del picchietto malandrinoù
per bucarmi l’orecchio,
Ho il tuo segno annidato
tra le mie cosce. E dillo
che mi hai braccata sul crinale di Montelovesco
mentre stendevo la mia testa intenerita
sopra la terra
diventando parte della terra,
e faccia a faccia dillo
ti rischiaravo con la mia lingua.
Eppure lì, e anche qui, ora, ti vedo poco,
Forse perché ho bevuto o perché scrivo
la solita poesia incendiaria
assoluta e notturna.
Non distinguo con chi faccio l’amore se
sia uomo o donna o l’incarnazione stessa
dell’origine
della mia poesia.
Ho i crampi delle scaturigini
e li canto,
ma avrebbero bisogno solo di essere leccati
e risparmiati
come ferite sacre.

***

Ho piedi in terra mamma.
Quel che mi dice la terra
entrando nel mio plantare. Sale
in tutto il mio corpo il suo battito. Mi danza
sangue e liquidissima ambra fossile.

***

Dicano quello che vogliono.
La mia selvatichezza odora.
Io non ho invidia perché ho tutto:
creato e creature. Il fare
per la grandezza del giorno.
Ho un recinto. Una porta. Il mio corpo
è casa.

***

L’inverno fa meraviglie
strage di uccelli
e di miracoli.
Fa ragliare il vento
dentro le mie pelli.
La fame mi bacia in bocca
nidificandomi.
E d’io

***

Le mie ginocchia sono in terra.
C’è molta terra
nelle mie ginocchia. Sono scesa
per sorellanza. Non per stanchezza
interiore.
La neve è tranquilla copre
le impronte. Anche il passaggio
delle carovane è impercettibile. La luce
comanda di abbassare gli occhi:
ci sono molte altre cose da fare:
non aspettare e cercare.
Non aspettare che il tramonto arrossi
la mia profonda vegetazione.
Ho rosso io anche se la neve copre
il rosso.

***

Profondamente insieme nella capanna
con le donne nerissime Dioles. In Senegal
aprii la faccia
guardando i grani perlacei della pioggia
viaggiare dentro il raggio di luce giù
dal grande foro circolare del tetto.
Il cielo liquido crollava
raccogliendosi in un bacile d’argilla
in terra. Ci seminava
la ritmica delle particelle cosmiche.
Sentii nella mia fontanella ad impluvium
l’energia
l’irrigazione viva del mio vuoto interiore
suonare la mia intima cassa di risonanza.

La via del poco, Anna Maria Farabbi, pièdimosca edizioni, 2022

Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959) è poeta, narratrice, saggista e traduttrice. Laureata in Lingue e letterature straniere, ha esordito nella poesia negli anni Novanta e ha pubblicato numerose raccolte in lingua italiana e in dialetto perugino, tra cui Fioritura notturna del tuorlo (1996), Il segno della femmina (2000), Adlujè (2003), La magnifica bestia (2007), Abse(2013), Dentro la O (2016), La casa degli scemi (2017) e La via del poco (2022). Nel 2025 ha pubblicato Viaggi elementali. La sua produzione comprende anche narrativa, teatro, saggistica e traduzioni, con particolare attenzione ad autrici come Kate Chopin e Louise Michel. La sua ricerca poetica si caratterizza per una forte dimensione corporea, materica e spirituale e per un rapporto radicale con la lingua, nella quale convivono italiano, dialetto, oralità e sperimentazione. È considerata una delle voci più originali della poesia italiana contemporanea e una figura di riferimento della poesia umbra.

Le Torri di Kiefer, Anna Maria Farabbi – perìgeion

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